Voto
4.5

“In un mondo così perfetto, dove abbiamo sconfitto le malattie, possiamo vivere quanto vogliamo e presto saremmo in grado di resuscitare i morti, che dici..posso concedermi qualche piccolo errore?”
La risposta dovrebbe essere: “dipende dall’entità dell’errore”, ma se a chiederlo è un inquietante Anthony Hopkins che interpreta il Dr. Robert Ford, direttore creativo del parco a tema Westworld, controbattere potrebbe non essere così semplice.

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Come non è mai semplice la realtà di Jonathan Nolan (fratello del più noto Christopher e sceneggiatore di suoi diversi film tra i quali il successo più grande: il Cavaliere Oscuro), dove la narrazione si intreccia, tra piani sequenza e salti temporali ben congegnati, ricostruendo la storia tassello dopo tassello. Una vicenda apparentemente semplice, ma con una narrazione complessa tra il magistrale e il folle, che ci porta all’interno di un susseguirsi di cause-eventi-cicli. Perché nulla è mai semplice come sembra.

Anche una cosa semplice, come un innocuo parco divertimenti popolato da cyborg con il compito di far vivere ai visitatori umani “reali” storyline avventurose, può trasformarsi in una tragedia al minimo errore. E gli sceneggiatori lo sanno, sia quelli del parco che quelli (reali) della serie. Ma il primo a saperlo è Jonathan Nolan, che prende il film cult  Westworld (in Italia: “il Mondo dei Robot”) del ’73, e lo trasla a un piano esistenziale di complesse vedute di scrittura. Perché la serie gioca con noi spettatori, mostrandoci un doppio piano: quello che succede nel parco (possiamo paragonarlo a un videogioco, ad una avventura di D&D o semplicemente a una pellicola) e quello che succede nel mondo reale (che potrebbe essere la penna dello scrittore, o la sede del team di sviluppo),  facendoci vedere come  le due realtà si fondono e influenzano a vicenda rendendo una curiosa sensazione di rottura della quarta parete (anche se poi è una parete che si rompe all’interno dell’opera stessa).

 

 

Ma Westworld è ancora di più: è l’umano bisogno di fuggire dalla realtà alla massima potenza, è il rapporto Creatore – creazione, il concetto di libero arbitrio contrapposto a predestinazione. Westworld gioca con le nostre fantasie, ma anche con le nostre manie di controllo specifiche della razza umana. Il tutto nel futuristico dibattito di una scienza con un potenziale di creazione divino, dove l’uomo è sostituito a Dio e la creazione (i robot) è sostituita all’uomo.

Si sa che HBO fa le cose in grande, ma qui stiamo toccando punti storici di produzione perché la serie eccelle anche e sopratutto da un punto di vista tecnico. Paesaggi infiniti, lunghi piani sequenza e costruzioni delle scene complesse. Westworld fa cinema sempre, anche quando non dovrebbe, demolendo non solo, come sarebbe lecito aspettarsi, praticamente tutti gli altri prodotti televisivi ma anche un grande fetta di cinema contemporaneo che, nell’intenzione di essere immediato al grande pubblico in questa epoca di serialità televisiva, perde i ritmi, i tempi e le inquadrature tipiche di una pellicola (basti pensare alle ultime opere Disney come Star Wars o i film Marvel).

Siamo solo alla prima puntata, quindi ancora tutto è in gioco, ma grazie a scelte stilistiche esageratamente azzeccate, una scenografia da paura e un cast decisamente all’altezza l’episodio pilota di Westworld convince decisamente e (cosa non scontata) invoglia alla prosecuzione della visione della serie.