Il connubio Netflix / Marvel offre con The Punisher una serie più matura rispetto a quanto proposto finora con i vari Daredevil, Jessica Jones e gli altri membri dei Defenders. Il background del protagonista viene arricchito rispetto alle sue controparti: si tratta di Frank Castle (interpretato da uno straordinario Jon Bernthal), eccellente Marine, che si trova suo malgrado invischiato in operazioni militari illegali compiute sul suolo afghano. La sua onestà, il suo senso dell’onore e la sua forza di volontà gli impediscono di piegarsi al silenzio riguardo i crimini compiuti dai suoi superiori. Un atteggiamento che costerà la vita alla sua famiglia, brutalmente assassinata di fronte ai suoi occhi.

Dopo aver eradicato la mafia da Hell’s Kitchen nella seconda stagione di Daredevil, Castle si rintana in una vita appartata e silenziosa, in cui entra in contatto con l’hacker David Lieberman, alias Micro (interpretato da Ebon Moss-Bachrach). Anche David vive nascosto dal resto della società, per proteggere la sua famiglia dopo aver divulgato i crimini compiuti dai superiori di Frank in Afghanistan. I due lavorano quindi insieme a un piano per denunciare le operazioni illegali ed eliminarne gli esecutori, in modo da poter recuperare almeno in parte le loro vite.

Accanto a questa trama principale, un notevole supporto viene dato dal personaggio dell’agente speciale della Homeland Security Dinah Madani (Amber Rose Revah). Le sue indagini riguardo i crimini militari in Afghanistan verranno spesso ostacolate e le costeranno perdite difficili da sopportare. Infine, dalle associazioni dei reduci di guerra, spiccherà il personaggio di Lewis Walcott (Daniel Webber), il cui difficile reinserimento nella società lo porterà a compiere gesti estremi.

The Punisher mostra quindi subito una trama complessa, molto differente rispetto a quanto proposto dai Defenders. E’ una rete ben intrecciata di complotti, segreti e insabbiamenti, che costituiscono il fulcro di buona parte della serie. L’aspetto supereroistico viene quindi tralasciato, destinato solo ad alcune determinanti sequenze. Le serie di combattimenti corpo a corpo, splatter e macabri che avevano caratterizzato gli altri personaggi del ciclo, Daredevil in primis, vengono sostituite da lunghe scene riflessive: spicca quindi una grande costruzione dei dialoghi, basati su battute preparate accuratamente anche nella scelta dei vocaboli e delle intonazioni, mostrando il pozzo più profondo della psiche dei personaggi principali, le sensazioni, le paure, i demoni contro cui combattono.

Sembra quasi che il Punisher vigilante omicida sia stato presentato completamente nella seconda stagione di Daredevil, lasciando al proprio spin off lo sviluppo di un eroe complesso, profondo, da analizzare con cura nelle sue parole e nelle sue espressioni, piuttosto che nelle armi che imbraccia. Nel suo rapporto con David, con l’amico Bill Russo (Ben Barnes) o con la ricorrente Karen Page (Deborah Ann Woll), l’identità di Frank viene maggiormente definita.

Tra l’altro, il mondo di Frank Castle porta a confrontarsi con quesiti etici di grande attualità e diatribe storiche mai totalmente appianate, quali il diritto al possesso delle armi sancito dalla Costituzione Americana e alcuni bollori secessionisti (più volte viene pronunciata la frase Sic semper tyrannis ‘Così sempre ai tiranni’, pronunciata dal sudista John Wilkes Booth dopo aver assassinato il Presidente Abraham Lincoln). Non manca poi il problema del reinserimento dei reduci nella società, tema strisciante nelle parole di Frank (Ora che forse non ho più guerre da combattere, ho davvero paura) e di altri personaggi, Lewis Walcott in particolare.

The Punisher evita di fornire una risposta a queste domande, impedendo così una soluzione semplicistica che sarebbe risultata deleteria per la qualità della serie. Una scelta intelligente e tutt’altro che scontata, soprattutto nei prodotti statunitensi. Piuttosto, viene mostrato l’interessante spaccato di una società, quella a stelle e strisce, e per estensione quella occidentale, piena di incertezze sul proprio operato (l’immagine della CIA è tutto fuorché positiva), in balia di organizzazioni deviate, piena di persone sull’orlo del baratro pronte a esplodere e a diventare i mostri del nostro mondo.

In un interessante intreccio tra tematiche di guerra alla Hurt Locker e complotti segreti e governativi stile Homeland, arricchite da profonde tematiche filosofiche, The Punisher avrebbe potuto risolversi tranquillamente su questi binari, e avrebbe rasentato la perfezione. Ma un Punitore che compie pochi omicidi è un’utopia, ed ecco quindi che le ultime puntate si risolvono nel classico spirito Marvel, con uno scontro tra buoni e cattivi a colpi di pugni, coltelli e proiettili, in uno stile sadico e splatter ormai un po’ troppo ripetitivo. Una soluzione che fa vacillare non poco la solidità e la coerenza della trama, ma pretendere di più probabilmente era impossibile. Serie comunque ben costruita, adatta a tutti gli appassionati forti di stomaco, mentre per i palati più sopraffini non mancano accorgimenti, citazioni e trovate che rendono The Punisher un prodotto sopra la media.