L’arte più nobile è quella di rendere gli altri felici è il motto che sintetizza in maniera efficace l’ideologia di P. T. Barnum, l’artista e imprenditore la cui storia viene raccontata nell’ambizioso progetto di The Greatest Showman. Figlio di un sarto e sin dall’infanzia con il sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo sin dall’infanzia, l’americano Barnum decide di dare una svolta alla condizione della sua famiglia, andando alla ricerca di un’idea in grado di attirare una gran fetta di pubblico. L’intuizione geniale arriva quando allestisce l’esibizione di una serie di persone dalle caratteristiche anomale, i freaks, ottenendo un grandissimo successo. Questo tipo di attrazione, poi definita circo in modo dispregiativo, diventa l’intrattenimento principale della società ottocentesca, mentre Barnum si troverà ad affrontare le conseguenze della sua popolarità.

Ci sono voluti quasi otto anni per permettere a Michael Gracey, in passato addetto agli effetti speciali, di realizzare questo musical biografico; una produzione come The Greatest Showman è particolarmente complessa. Gracey si è messo in gioco decidendo di girare un musical totalmente originale, senza un passaggio precedente a Broadway, scelta inusuale e rischiosa per il genere. Grazie all’aiuto di Hugh Jackman, interprete di Barnum e vicino al progetto sin dalle origini, e all’apporto per la scrittura delle musiche di Benj Pacek e Justin Paul, autori delle canzoni Audition City of Stars di La La Land, il regista australiano è riuscito a produrre un’opera prima vivace e frizzante.

La pellicola è un susseguirsi di sequenze colorate e coinvolgenti, che strizzano un po’ l’occhio al Moulin Rouge! di Baz Luhrmman, e con al centro una interpretazione coinvolgente di Jackman. Alcune performance sono particolarmente degne di nota, tra queste sicuramente i titoli di testa e l’accordo musicato tra Barnum e Philip Carlyle, l’altro protagonista interpretato da Zac Efron. Nel finale invece verso alcune situazioni eccessive potevano essere evitate.

The Greatest Showman è però soprattutto un film sulla diversità; l’attenzione della pellicola è rivolta inoltre ai vari freaks del circo, cui Barnum dà loro una motivazione grazie alla quale riescono ad accettare sé stessi, tema anche della canzone principale This is me. Anche il rampollo Carlyle, scegliendo di entrare nell’impresa del circo, riesce a trovare il proprio scopo, abbandonando una vita rigida per lasciarsi andare al rischio e all’eccentricità, percorso peraltro compiuto in origine dallo stesso Barnum. All’esaltazione della diversità consegue una rappresentazione della figura di Barnum piuttosto superficiale. Molte sfaccettature del personaggio, negative e positive, vengono omesse o trascurate, e il regista si limita a celebrarlo come un eroe, mentre sarebbe stato più interessante uno sviluppo approfondito, magari concentrandosi in modo minore sulle altre tematiche.

The Greatest Showman è ricolmo di sentimentalismi che sembrano confezionati appositamente per l’award season, ma nonostante questo la visione non ne risulta appesantita e lo spettatore rimane catturato durante tutta la lunga durata. Sarà interessante scoprire se il pubblico lo premierà alla stessa maniera di La La Land, permettendo la rinascita definitiva del musical.

 

VOTO: 68/100

Francesco Fratta
Studente del Dams a Roma Tre. Soffro di una forma cronica di cinefilia da cui non c'è rimedio, aggravata dalla passione per libri e serie tv. Probabilmente tutto è dovuto al mio amore per l'opera di Allen, Lynch e Stephen King.