Ecco la Suburra: sto posto non cambia da duemila anni: patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti.

De Cataldo e Bonini in primis (Suburra, pubblicato da Einaudi nel 2013), Sollima (al cinema, due anni dopo) fino a Placido, Molaioli e Capotondi, raccontano la Roma così. Un storia che sa di Roma, per essere precisi: Suburra, la prima serie tv italiana firmata Netflix.

2008. Il sindaco ha dato le dimissioni ed è il momento perfetto per chiudere un gigantesco affare: i terreni edificabili di Ostia venduti dal Vaticano. I principali compratori sono le famiglie del sud, rappresentate da Samurai, interpretato dal bravissimo Acquaroli (e non più da Amendola, grazie a Dio), e l’azienda di Sara Monaschi (Claudia Gerini); la triade dei giovanissimi criminali, Aureliano, Spadino e Lele, i ragazzacci con la faccia cattiva che vedete su tutti i poster, ha trovato un modo per entrare in quest’affare e cambiare le carte in tavola di un gioco che sembra avere un’unica conclusione.

Come nel romanzo di Cataldo e Bonini e nel film di Sollima, i personaggi sono il cuore di Suburra. Le loro storie s’intrecciano creando un gioco di colpe e colpevoli che riesce a coinvolgere fin da subito (merito soprattutto degli attori, Alessandro Borghi in particolare) ma che finisce per stancare presto. Mi viene in mente una conversazione che ho sentito in metro qualche giorno fa, un ragazzo sui sedici riassumeva la serie a due suoi amici: c’è sto tipo, Aureliano, che è troppo coatto, che fa n’alleanza con er figlio de papà e co ‘lo zingaro…

Mi ha fatto ridere ma poi ci ho pensato bene: «Coatti, zingari e figli di papà». «Patrizi, Plebei, Politici e criminali, mignotte e plebei». Suburra è così: una location pazzesca, Roma, la criminalità e gli intrighi, la Suburra, e una manciata di personaggi inverosimili e stereotipati che gira e rigira, dicono e fanno sempre le stesse cose. Non c’è crescita, non c’è consapevolezza, solo una strada lineare e temporale che ha un inizio e una fine.  

Resta comunque da apprezzare il coraggio della serie: raccontare Roma è difficile. Roma è grande… immensa, e Suburra è un girotondo che prova a convincerti che tutto nella capitale gira così; è chiaro che c’è qualcosa che non torna. Roma è una giungla senza scorciatoie e Suburra ne crea parecchie, in particolare con la triade dei giovani protagonisti. Lele è figlio di un poliziotto, Aureliano è la violenta pecora nera della sua famiglia (un motivo c’è, ma non viene veramente approfondito) mentre Spadino, senza fare spoiler, diventa vittima di un gioco narrativo prevedibile: scelte che finiscono per far galleggiare questa bella serie, senza dargli il giusto peso per scendere in profondità.

«Suburra prende spunto da fatti realmente accaduti» ha detto Borghi «ma poi viene romanzato, in favore dell’intrattenimento. Mostriamo un decimo di una città che, come tutte, ha delle cose belle, ma anche brutte. Insomma non farei di questa serie un punto di vista assoluto». Sono d’accordo. La coscienza civile, in Suburra, si è plasmata in materiale narrativo e intrattenimento di qualità. Una vera novità per il nostro paese. Una rivoluzione, come l’ha definita Placido, che è riuscita a coinvolgere anche Netflix. Progetti come Suburra, anche se immaturi e grezzi, sono testimoni di un paese che cambia e cresce. Ed è nostro dovere crederci.