Se finora la famiglia Shelby si era limitata a passeggiare tra le vie di Small Heath mettendo a ferro e fuoco tutto ciò che poteva rappresentare un problema, con la quarta stagione il cambio di passo è netto: dopo lo spettacolare finale della terza stagione, ritroviamo la nostra banda di picchiatori preferita davvero divisa per la prima volta. Tommy vive completamente isolato dal mondo nella sua magione; l’alcol e i rari attimi di lucidità passati con il figlio sembrano essere gli unici eventi degni di nota nella sua nuova vita. Michael, Polly, Arthur e John invece rischiano di essere appesi per il collo finché morte non sopraggiunga.

Nonostante le promesse di Thomas che un accordo, preso a piani ben più alti, li renderà liberi da ogni precedente crimine, una vita di intrighi e tradimenti sembra avergli fatto perdere fiducia anche nei confronti di quest’ultimo. Questa mancanza di fiducia sarà il punto distintivo dell’intera serie.

Salvati come sempre a un passo dal baratro, sembrano quindi intenzionati ad andare ognuno per la sua strada, e godersi la vita da liberi cittadini.

In ogni caso, nessuno fa in tempo ad abituarsi alla nuova situazione che l’ennesima minaccia, ben più terribile di qualsiasi cosa la famiglia abbia mai affrontato prima, si profila per la gang di Birmingham. Lucas Changretta (Adrien Brody) e compagni hanno viaggiato fino a Londra da New York, per portare ciò che da sempre contraddistingue la mafia, e ciò che l’ha resa l’organizzazione più temuta da altri criminali: la vendetta. La famiglia Changretta non sarà soddisfatta finché la morte di Charles Sabini non sarà vendicata, finché gli autori non saranno tre metri sotto terra. Questo significa una condanna a morte per tutta la famiglia Shelby, che è costretta a tornare a unirsi e sperare in Thomas per salvarsi.

Già dalla prima puntata possiamo notare che il ritmo narrativo cambia passo, e più che essere contraddistinta dalla costruzione di un climax che esplode nel finale come nelle stagioni precedenti, questa quarta stagione è caratterizzata da un’alternanza di alti e bassi, che permette agli eventi di svolgersi in modo più naturale, senza dare l’impressione che la trama venga allungata inutilmente nelle puntate centrali, come nelle prime due stagioni.

Menzione speciale per Adrien Brody, che nonostante esibisca un italiano stentato nella versione originale (a volte c’è bisogno di leggere i sottotitoli per capire cosa stia dicendo), risulta comunque essere una spanna sopra ai suoi colleghi nell’uso conoscenze del nostro idioma rispetto ai suoi scagnozzi, e riesce in pochissimo tempo a farci affezionare ad un personaggio complesso, forse il primo avversario davvero degno di Tommy, grazie a una caratterizzazione del personaggio particolarmente marcata, che se fosse stata portata da un attore meno esperto sarebbe potuta risultare irrealistica.

In conclusione, possiamo dire che Peaky Blinders si rinnova e lo fa confermando quanto di buono visto precedentemente, ma cambiando ritmo. Gli appassionati della serie si possono quindi rilassare: il mix di primissimi piani muti, montaggio di prim’ordine che fonde musica e fotografia con mano esperta, e alto livello di recitazione è comunque presente, e non delude.