Devo ammettere di aver gioito non poco quando settimane fa sono stati annunciati i possibili film italiani da presentare alle candidature all’Oscar. In particolare, in due di questi ho riposto le mie più profonde speranze.

Oscar-2017
Lo Chiamavano Jeeg Robot: superhero movie geniale sotto ogni punto di vista, un vero piccolo gioiellino che mischia sapientemente cinema d’autore e cinema pop, in grado di rivaleggiare tranquillamente con i migliori film di genere. Esordio registico  con i botti e in più ambientato in una Roma noir, amatissima dagli americani. Una vera bomba. Per il successo che ha avuto e la qualità con cui è stato fatto, era da folli non considerarlo. Anche se probabilmente non avrebbe vinto l’Oscar, meritava la candidatura solo per il valore aggiunto che può dare l’esportazione di una tale opera.
Perfetti Sconosciuti: una commedia moderna all’italiana e intelligente, con un incipit a dir poco geniale. Un prodotto commerciabilissimo che verrà sicuramente riempito di remake, seguiti e plagi. Un pellicola perfetta per gli Oscar, che ha sbancato ai David e che sicuramente avrebbe fatto parlare di sé anche oltreoceano (troppo semplice e geniale per passare in sordina).

Ma questi due erano solo i miei preferiti. In lizza erano presenti altri titoli che potevano dire la loro all’Academy. Tra questi ricordiamo Suburra  di Sollima, gangster movie all’italiana dall’autore di Gomorra (appena sbarcato su Netflix americano e in piena cresta dell’onda) e del futuro sequel di Sicario. Insomma un nome che l’Academy ha già sentito e sentirà, anche se la pellicola in questione non è sicuramente la sua miglior opera.  Ricordiamo anche l’interessantissimo Indivisibili di Edoardo de Agelis, Pericle il Nero e Gli Ultimi saranno gli Ultimi. In fondo a questa classifica, ad opinione di chi scrive, c’è Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Sicuramente migliore di Sacro GRA sotto tutti i punti di vista, il documentario di Rosi è l’espressione di quella tendenza artistica realista che va tanto di moda negli ultimi anni nell’intellighenzia cinematografica italiana. Un film da Venezia o da Berlino (dove infatti ne esce vincitore).
Mi son detto: “Con le grandi trovate di quest’anno, che mischiano cinema pop e di genere, non ci andremo a presentare agli Oscar con l’ennesima concezione autoriale di nicchia.”


Questa mattina è arrivata la cocente delusione. Anche quest’anno, invece di valorizzare di fronte al mondo questi film da potenzialità commerciali enormi con un’ottima impronta artistica (come da miglior tradizione italiana), continuiamo a chiuderci a riccio su quelle pellicole (documentario) che, secondo me, contribuiscono alla chiusura, economica e di vedute, del mercato cinematografico italiano. Un po’ per superbia, un po’ per provincialismo.
Dopo le trovate geniali al Festival di Venezia, dove invece esce vincitore l’ennesimo film che nessuno vedrà, pure agli Oscar ci presentiamo con un documentario che, per quanto ben fatto, ha scarse possibilità di vittoria ma, fattore ben più grave, non valorizza assolutamente quell’insieme di registi, autori e artisti che stanno lavorando, emergendo lentamente, per riportare in auge il cinema di genere italiano.

Difatti, una delle prime reazioni a caldo è stata proprio di Paolo Sorrentino:

Fuocoammare è un bellissimo film, ma non andava candidato all’Oscar nella categoria dei documentari. Questa scelta è un inutile masochistico depotenziamento del cinema italiano […]


Il pensiero non vuole essere un attacco diretto al film di Rosi (nonostante ritenga Sacro GRA un documentario abbastanza insulso e Fuocoammare poco più che discreto, merito più dell’argomento trattato che della cifratura artistica) ma una critica al modo di pensare e affrontare gli Oscar da parte dei leader dell’industria cinematografica italiana.
Non sia mai osare. Non sia mai portare novità. Non sia mai valorizzare il nuovo.
Meglio rimanere in una, sicura e confortevole, nicchia elitaria.
Dopotutto, di cosa mi stupisco? Questa non è un po’ una metafora della storia del nostro paese?