Se si volesse scegliere una frase rappresentativa dei thriller di David Fincher sarebbe con tutta probabilità questa: Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.

Per il regista statunitense, questo abisso è portato in scena attraverso la figura del Serial Killer. Nonostante tenda a nasconderlo, come fa in Se7en e Zodiac, il Serial Killer rimane il protagonista dei thriller di Fincher, tanto affascinante e potente da non aver bisogno neanche di entrare in scena, basta farlo parlare attraverso le proprie azioni. È così che in Se7en i detective interpretati da Morgan Freeman e Brad Pitt si trovano alle prese con una viscerale violenza meticolosamente messa in scena seguendo il canone biblico, mentre in Zodiac i cronisti che hanno il volto di Robert Downey jr. e Ryan Gosling si ritrovano a giocare al gatto e al topo con un protagonista di cui non si vede il volto.

In Mindhunter, serie Netflix ideata da Joe Penhall e prodotta da Charlize Theron e dallo stesso Fincher, che si è anche occupato della regia di quattro episodi, questa prospettiva è ribaltata. Non ci sono cacce all’uomo, se non alcune secondarie, ma interviste con alcuni fra i più efferati omicidi seriali statunitensi e, aggirando l’ostacolo della messa in scena, riesce a raccontare la follia e i macabri dettagli della mente di un omicida seriale. Il killer viene sempre mostrato, e le sue parole non fanno nessuno sconto alle orecchie dello spettatore: ogni piccolo e ripugnante dettaglio viene descritto con calma placida, e l’orrore grafico è solo suggerito attraverso degli scorci di polaroid. La storia dei primi profiler della BSU (Behavioral Science Unit), interpretati da Jonathan Groff, Holt McCallany e Anna Torv è di un realismo esasperato, che indaga tutte le sfaccettature più intime dei vari personaggi, raccontando con crudezza la loro immersione nell’abisso dei vari Ed Kemper, Dennis Rader e Jerry Brudos, autori di alcuni fra i crimini più sconvolgenti della recente storia americana.

Ed Kemper mostra il suo Modus Operandi

La maniacale ossessione per il particolare, marchio di fabbrica di Fincher, è sempre presente, anche negli episodi da lui non diretti, così come la sua maestria nel far salire la tensione con dei semplici dialoghi, nonostante in Mindhunter non vi sia nulla di semplice. Il lavoro di sceneggiatura è di prim’ordine, superando qualsiasi serie televisiva recente, e mettendosi alle costole di pellicole come Il Silenzio degli Innocenti.

Un piccolo capolavoro targato Netflix, che ci ricorda una volta ancora quale sia il potenziale qualitativo dei lavori destinati allo streaming.