“Cosa siamo disposti a perdere per la nostra felicità?”

Nella Russia postmoderna, fatta di velocità, iper-informazione e distacco dal prossimo, una coppia della classe media, Zhenya e Boris, è in procinto di separarsi. La separazione però è particolarmente difficile, visti i continui rinfacciamenti di errori e rancori tra i due coniugi, e la presenza, ingombrante, del figlio dodicenne Alyosha, ritenuto la causa della loro infelicità e mai veramente amato. I genitori del piccolo sarebbero già pronti a un nuovo inizio con i rispettivi partner, ma nessuno dei due vuole prendersi la responsabilità del figlio, dimenticandosi, nel loro egoismo, di curarsi dell’impatto che il divorzio sta avendo sul ragazzino. Quando poi il bambino scompare, forse fuggito o forse rapito, i genitori sono costretti a fare i conti con le loro meschinità ed errori.

Premio della Giuria al Festival di Cannes, “Loveless” racconta ancora una volta la Russia dei nostri giorni, così come aveva fatto il precedente lavoro del regista Zvyganistev “Leviathan”, una moderna parabola di Giobbe in stile legal-drama, candidato agli Oscar nel 2015. L’occhio del regista nei confronti della patria, parallelo a quello di Ingmar Bergman e della sua Svezia, è sicuramente di condanna, lontana dal trovare qualsivoglia elemento di redenzione in una società priva di autocoscienza o qualsiasi forma di dubbio, avvelenata da una mentalità retrogada e ultraconservatrice, e al contempo distaccata e opportunista secondo i canoni negativi della nostra epoca, quella “antisociale” dei social, fatta di ipocrisie e opportunismo.

L’austerità dello stile registico, fatto di silenzi e buio, unito a una recitazione superlativa degli attori protagonisti e non, nei ruoli di personaggi quasi esclusivamente intenti a cancellare gli errori del passato senza da questi imparare niente, intensifica il senso di disperazione di fronte alla realtà della Russia (ma anche del mondo) di oggi, sempre più vicina all’autodistruzione, sia morale che fisica. “Loveless” è un film che nasce dalla rabbia, ma al contempo dalla necessità, disperata, di trovare una speranza nel caos brutale del nostro tempo, qui rappresentato dal coordinatore, senza nome, dei volontari alla ricerca del bambino, che agisce per puro e semplice altruismo. La cura alla nostra indifferenza. Alla nostra mancanza d’amore.

Voto: 94/100

Pierfranco nasce a Chiavari, il 1 aprile 1994, da Vittorio Allegri (giornalista) e Elisabetta Dallorso (insegnante). Si diploma al Liceo Classico Federico Delpino di Chiavari, dove si avvicina alla scrittura e alla recitazione. L’anno successivo si iscrive alla facoltà di Lingue Straniere dell’Università di Genova, coltivando nel frattempo la passione per cinema e scrittura. Perde presto interesse per l’università e decide di seguire la passione per il cinema, iscrivendosi alla Scuola Holden di Torino per seguire i corsi di cinematografia del college di Filmaking, dove si diploma nel 2015. Dopo una breve esperienza da attore e a Torino, al momento studia alla Sapienza di Roma, continuando comunque una produzione di sceneggiature e cortometraggi in qualità di attore.