Cinefusi.it fa una doppia intervista a Edoardo Stoppacciaro, una delle voci più conosciute d’Italia. In questa prima parte, parliamo di fantasy e dello stato del doppiaggio in Italia.

Come ti sei avvicinato al mondo del doppiaggio?

Ho cominciato con Massimo Giuliani, che insegnava doppiaggio all’accademia Tutti in scena di Pino e Claudio Insegno, che poi è diventata la Corrado Pani. Essendo Massimo non solo un eccellente maestro, ma anche un grande direttore di doppiaggio, quando vedeva che qualcuno di noi era pronto o comunque interessato a cimentarsi con il leggio, ci chiedeva il numero e ci diceva ti andrebbe se la società ti chiamasse per un turno? Essendo il mio sogno fin da piccolo, ero interessato e come! Oltretutto Massimo, dal punto di vista lavorativo, ci ha dato un inquadramento giustamente rigido, una sana “educazione al doppiaggio” della quale ancora oggi lo ringraziamo, io e quelli che hanno studiato con lui. Quindi, per un anno, per mia timidezza, ho lavorato soltanto con lui e con la moglie, Tiziana Lattuca, perché non mi sentivo pronto e non lo ero.

Ansia da palcoscenico?  

Più che altro ansia da microfono; poi ad un certo punto fu proprio Massimo a dirmi è ora che cominci ad andare fuori, a farti conoscere. Proprio tramite lui ho avuto la possibilità di trovarmi al leggio con alcuni colleghi che erano anche direttori e quindi erano proprio loro a dirmi ma sai che non sei male? Perché non vieni a farti sentire uno di questi giorni? e lì ho iniziato un po’ ad allargare il giro.

Da quant’è che fai questo lavoro?

Sono ormai 12 anni.

Ah, una carriera solida quindi 

Sì, ho iniziato facendo 5/6 anni di “brusio”: c’era una festa tra gli invitati c’ero io a fare tappeto di sottofondo. Poi ho iniziato a fare i primi Uomo 2 o Poliziotto 5, Paramedico 7” e magari quel Paramedico 7 iniziava ad avere un nome, si chiamava John che diceva “ci penso io dottore” e poi quel paramedico 7 ha iniziato ad avere un cognome, e da “ci penso io dottore” è diventato “ci penso io dottore, buongiorno” e poi “ci penso io dottore, buongiorno, andiamo di qua” e battutina su battutina qualcosa si costruisce.

A quali ruoli sei più affezionato?

Questa è tosta, ci sono dei ruoli che mi sono rimasti nel cuore; uno è Ryan Gosling in The Nice Guys perché lì mi sono divertito come un pazzo. Il mio primo ruolo importante è stato in Ratatouille della Disney, in cui doppiavo Émile.  Sicuramente un pezzo di me è rimasto attaccato a quel topolone ciccione.  Poi naturalmente Robb Stark nel Trono di Spade: mi ha segnato profondamente, ero già un fan sfegatato dei romanzi da ancora prima che uscisse la serie. Infine Cesare Borgia, nella serie di Sky con John Doman, che ho avuto la fortuna di conoscere quando sono venuti a girare la seconda e la terza stagione a Viterbo, la mia città. In quell’occasione ho conosciuto anche Mark Ryder, l’attore che doppiavo.

A proposito del Trono di Spade, come nasce questa passione del fantasy? Te lo chiedo come curiosità personale, perché ho qualche problema con il genere, nonostante sia cresciuto con il techno-fantasy di Artemis Fowl, e mi piace il Dark Fantasy alla Stephen King. Però il fantasy puro, quello alla Signore degli Anelli, non mi ha mai appassionato.

Guarda, io sono un grande appassionato di storia e di Medioevo, e in particolare di tutta l’epica di quei secoli. La formazione della cultura occidentale moderna affonda le sue radici in quel periodo, il fantasy è una cosa che fin da quando ero piccolo mi ha parlato proprio al cuore. Mio padre mi portava spesso a fare passeggiate nei boschi vicino casa nostra, e quel bosco nebbioso era un’immagine che mi emozionava moltissimo. Il mio primo contatto con questo genere è stato un film, Willow, di Ron Howard con Warwick Davis, e quello è stato il film che mi ha fatto capire cosa mi piaceva. Mi sono appassionato al fantasy e dopo aver letto Lo Hobbit ho iniziato a scrivere le mie cose, perché insieme all’emozione di leggerlo c’era l’esigenza di raccontarlo. Quando poi ho letto Il Trono di Spade di Martin, mi è tornata la voglia di scrivere un fantasy mio.

Sì, in effetti Il Trono di Spade ha un’ambientazione fantasy, anche se magari l’influenza è meno pesante rispetto a tanti altri libri, ed è anche fanta-politico. Da bambino mi ero però appassionato a La Guerra degli elfi, di Herbie Brennan. L’avrò letto 7/8 volte!

Si, l’ho conosciuto, con lui ho fatto un corso di scrittura creativa a Lucca, e lui ci disse a me vengono in mente i personaggi, il loro background, quali sono i loro scopi e poi la storia me la faccio raccontare da loro. Questa cosa mi colpì particolarmente, in quanto era diametralmente opposto a quello che ci disse Terry Brooks, l’autore della saga di Shannara: io mi faccio un outline con quello che deve succedere capitolo per capitolo e poi scrivo. Molto americano e molto metodico, e molto lontano dal mio modo di intendere una narrazione. La passione per la narrazione l’ho sviluppata come hobby nel corso degli anni, e poi ho scritto la mia storia. L’ho fatta leggere ad un po’ di amici, e uno di questi, Alfonso Zarbo che di mestiere fa lo scrittore, ha letto la prima stesura de Una primavera di cenere.  Mi ha aiutato a sistemarlo un po’ e a mandarlo in giro, e una delle case editrici, la Corte Editore, di cui avevo già conosciuto il papà-direttore Gianni La Corte a un festival fantasy, mi ha detto che era una bella idea, ma che c’erano delle cose che non andavano. Mi ha proposto di lavorarci insieme, ho accettato, e una volta risistemato il tutto, ha voluto scommettere su questa opera prima, e devo ammettere che sta andando anche abbastanza bene. Appena finisco le riprese di REAL! (di cui vi parleremo prossimamente) mi metterò a lavoro sul secondo capitolo della trilogia.

Trilogia tra l’altro che ricorda Game of Thrones in alcuni punti. 

Sì, possiamo dire che la confezione ricorda Game of Thrones, ma rimane comunque forte il mio legame con Tolkien. Mi piacerebbe poter dire che voglio stare a metà tra il fango di Martin e i sogni di Tolkien, qualcosa di realistico e oscuro ma che abbia un legame con l’epica classica.

Ho visto che ti occupi anche dell’organizzazione del punto di contatto di Game of Thrones. 

Sì, in qualità di nerd malato per Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, sono il consulente per gli adattamenti italiani: quando si doppia un audiovisivo, il copione viene prima tradotto e poi adattato, sia da un punto di vista di significato sia da un punto di vista di sincronizzazione. Ci deve essere una corrispondenza labiale il più precisa possibile, il ritmo delle battute, il registro linguistico dei personaggi ecc ecc… di tutte queste cose se ne occupa l’adattatore, che è una figura professionale che si occupa solo di quello. Quando si parla di audiovisivi che hanno una fanbase così ampia come quella di Game of Thrones non si può naturalmente prescindere dai romanzi: se Casterly Rock è tradotto come Castel Granito noi dobbiamo essere sicuri che venga chiamato, durante l’audiovisivo, con il suo nome giusto. Io faccio da referente per questo.

Casata Preferita?

Stark, senza ombra di dubbio! Ancora ricordo quando ho letto la decapitazione di Ned nel romanzo e pensavo “no, no, non può essere morto”.

Sempre riguardo a Game of Thrones, è stato scritto che c’è un pre e post Braveheart nel modo di girare le battaglie medievali per il Cinema, e che la battaglia presente in The Spoils of War segni lo stesso spartiacque per la televisione.

È vero. Io non parlo di grande cinema solo per un motivo, perché spesso il grande cinema non è così bello! Non mi emozionavo così tanto davanti a una battaglia, anzi, davanti a un prodotto audiovisivo dal prologo de La Compagnia dell’Anello, quando l’esercito degli uomini e quello degli elfi marciano insieme in battaglia. È una scena che io aspettavo da quando l’ho letta su carta.

Credi davvero che esista una crisi nel doppiaggio italiano?

Sì, credo che esista, ed è una crisi anche brutta, che ha molti responsabili. Fra questi ci siamo anche noi doppiatori. Il doppiaggio italiano è un patrimonio di grande valore, è uno strumento di mediazione culturale, una forma d’arte! Pensa a Oreste Lionello, per esempio: Woody Allen ha ammesso pubblicamente questo signore (Lionello) è molto più bravo di me, se in Italia mi amate così tanto è merito suo. Il fatto è questo, il doppiaggio è uno strumento di mediazione culturale, e come tale oggi è molto facile non avvalersene: se preferisci il film in lingua originale lo puoi vedere benissimo in lingua originale, ma il doppiaggio è uno strumento con un valore altissimo, e molto spesso siamo noi doppiatori a non riconoscere questo valore. Questo ha fatto deprezzare il doppiaggio, e il costante aumento di film e serie in catalogo impone ai clienti e, quindi, al doppiaggio, scadenze e tempistiche sempre più strette non dandoci tempo di lavorare al meglio delle nostre possibilità. Una buona distribuzione di ruoli conta per l’80% per la buona riuscita di un turno. Noi lavoriamo a righe, e il film è diviso in anelli (frammenti di scena), e ogni anello ha un tot di righe. Da contratto, non si può fare più di un tot di righe a turno. Ci sono serie che andrebbero doppiate a non più di  70 righe a turno, ma i tempi imposti dalla messa in onda costringono a piani di lavorazione da 200 righe, obbligando noi e le società di doppiaggio a correre nel disperato tentativo di raggiungere la miglior qualità nel più breve tempo possibile. Questa compressione dei tempi di lavoro è uno dei motivi alla radice dell’attuale crisi qualitativa del doppiaggio.

 

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