Non se ne vedono più molti, di western; gli ultimi film che esploravano il mondo dei cowboy e dei pellerossa sono datati, molti altri sono passati sottotraccia, e alcuni si sono ibridati con generi differenti (come il western fantascientifico Cowboy e Alieni). Anche il mondo televisivo ha stentato parecchio nel proporre serie e fiction incentrate sulla vita nel Far West. Probabilmente, l’ultimo prodotto del genere davvero di successo è stato il videogame Red Dead Redemption. Con Godless, Netflix ha voluto rinfrescare un genere finito un po’ in ombra, non senza una buona dose di coraggio.

In sette episodi, la maggior parte dei quali supera i sessanta minuti di durata, la serie racconta la storia del conflitto tra Roy Goode (Jack O’Connell), giovane fuorilegge in cerca di redenzione, e il suo mentore criminale Frank Griffin (Jeff Daniels). Lo sviluppo di questo rapporto quasi genitoriale, molto vicino ai dickensiani Oliver Twist Fagin, mostra il giovane Roy affrontare un percorso di crescita e liberazione dalla vita del bandito. Il suo contatto col mondo civile si suggella nel legame con la carismatica vedova Alice Fletcher (Michelle Dockery) e la sua famiglia mista, legata alla tribù pellerossa dei Paiute. In tutto ciò, Frank Griffin è prima di tutto un nome, una minaccia, un’ombra che si aggira seminando morte e distruzione, rivelandosi solo in poche oscure occasioni.

Lo scenario di fondo è la città di La Belle, presso cui Roy si nasconde, abitata quasi esclusivamente da donne e governata da un appannato sceriffo, Bill McNue (Scott McNairy). Diversamente da quanto avviene con la trama principale, la narrazione in questo caso è piuttosto lacunosa e fiacca. I personaggi cardine, ossia il già citato sceriffo e sua sorella Anna (Whitney Able), appaiono poco riusciti, incoerenti, per nulla credibili. Il primo è un uomo di potere reso vulnerabile da una grave invalidità: la situazione dovrebbe essere drammatica, ma l’interpretazione ottiene risultati totalmente opposti. La seconda è una giovane vedova che tiene sotto controllo la vita della città con grande tenacia e una profonda abnegazione. Nonostante sia un personaggio positivo, il suo carattere piuttosto burbero rende difficile parteggiare per lei e la sua presenza nelle scene è spesso molto fastidiosa.

Tutt’altro che latente poi l’omoerotismo che si viene a creare tra le donne di La Belle, che sopperiscono in questo modo alla scarsità di uomini. Mostrato in maniera quasi documentaristica è utile solo a gonfiare la durata degli episodi, quando un trattamento migliore del tema avrebbe aperto senz’altro sviluppi più interessanti.

Godless mostra quindi dalla prima all’ultima puntata una flessione continua, disarmante, inesorabile. Nel finale di stagione poi si tocca veramente il fondo: situazioni stereotipate, prevedibili e melense decretano la complessiva insufficienza di questa serie. Buone le interpretazioni di Daniels, Dockery e O’Connell, e la fotografia è da mozzare il fiato. Ma per tutto il resto questo è un gigantesco e sonoro tonfo: tanto rumore (di spari) per nulla.