Sono restio nel dire che questo è stato l’anno peggiore di sempre, perché il prossimo sta arrivando.
Charlie Brooker, sceneggiatore, intervista all’Indipendent, Ottobre 2016.

Da queste poche parole si può capire come una delle serie più pessimiste e cupe sul progresso umano abbia visto la luce: Black Mirror è da sempre considerato un prodotto televisivo a sé stante, unico, e non c’è dubbio che Brooker ne sia il principale autore. Un oggetto misterioso, che non può essere paragonato in alcun modo alla smisurata quantità di serie tv in circolazione al momento. Sarà per gli episodi auto-conclusivi, i continui sforzi di sconvolgere intellettualmente ed emotivamente il telespettatore, ma Black Mirror, con il suo mix di tensione horror e speculazione fantascientifica, è sempre riuscita a rimanere impressa nelle menti e nei cuori dei propri telespettatori.

Nonostante il passaggio a Netflix e la conseguente americanizzazione del formato (raddoppiato il numero degli episodi e dimezzati i tempi di produzione) Brooker e compagni sono riusciti a mantenere alto il livello qualitativo della serie nella terza stagione, e sono riusciti a confermare, se non superare, quanto fatto di buono lo scorso anno con questa quarta stagione.

Bisogna specificare tuttavia, che il punto focale della serie si è leggermente spostato ancora una volta. Nonostante la tecnologia sia da sempre e rimane il punto focale della serie, è sufficiente guardare alle precedenti stagioni per notare come ci sia stata un’evoluzione tematica. Nelle prime due stagioni sembrava essere al centro delle storie l’incolpevole inadeguatezza dell’individuo nel confrontarsi con tecnologie moderne o futuristiche: Messaggio al Primo Ministro, Orso Bianco e Vota Waldo sono tutti episodi che rappresentano situazioni in cui la tecnologia utilizzata è già presente oggi, per quanto possa essere più o meno diffusa e avanzata di quanto mostrato, a dimostrazione del fatto che non è tanto il potenziale di tecnologie future a doverci spaventare, ma la già presente disparità tra potenziale umano e potenziale tecnologico. Già nella terza stagione, gli autori si sono concentrati molto di più sull’aspetto tecnologico in sé, speculando (almeno nella maggioranza degli episodi) sul potenziale impatto sociale di tecnologie ben lontane dal presente. Tuttavia si può notare come i comportamenti dei protagonisti siano facilmente comparabili a comportamenti già presenti nella società odierna, basti pensare alla somiglianza tra i comportamenti delle celebrità da social e quelli delle persone di Nosedive, bloccate in un mondo in cui la tua popolarità online determina la tua posizione sociale: in entrambi i casi vi è la tendenza a mostrare una versione filtrata della propria vita, tendenza che porta alla pazzia chi non riesce a gestire questa dicotomia tra la propria emotività, la propria individualità, e la presentazione pubblica di se stessi in forme che spingono all’omologazione e all’abnegazione.

Ebbene, con questa quarta stagione si è forse raggiunta la piena maturazione di questo mix tra umano e fanta-tecnologico. Adesso a farla da padrone sembra essere proprio la lotta tra uomo e tecnologia, che rappresenta una sintesi di entrambi gli aspetti mostrati nelle ultime tre stagioni. Non sono più le sofferenze umane o le trovate fantascientifiche più disparate a essere centrali, ma lo è lo sforzo dell’individuo di contrastare, o dominare, gli ultimi ritrovati tecnologici. Questa lotta non sempre viene mostrata in senso esplicito, ma è tema ricorrente come mai prima, trasposta anche in termini di conflitto interno, come per esempio una persona che, pur non volendo utilizzare uno strumento tecnologico, non riesce a farne a meno: una vera e propria lotta per la sopravvivenza. In questa quarta stagione c’è tanta tensione, un pizzico di paura e molte riflessioni profonde.

Ciò che invece non si troverà, è la stessa spettacolarizzazione presente nella stagione passata dei vari ritrovati tecnologici. Sembra che gli sceneggiatori abbiano preso coscienza del fatto che il pubblico non è più nuovo a queste tematiche, e che difficilmente resterà colpito dalla semplice rappresentazione di distopie tecnologiche. L’obiettivo è ora quello di intraprendere un percorso assieme allo spettatore, di riflessione sulle possibilità e le conseguenze dell’inarrestabile evoluzione tecnologica.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, le prestazioni degli, soprattutto di quelli secondari, sono più convincenti degli alti e bassi della terza stagione. In generale regia, sonoro e montaggio sembrano aver compiuto un leggero passo in avanti, colmando quel divario tra la piattezza della messa in scena e la straordinarietà di ciò che veniva mostrato.

L’anno peggiore di sempre che Brooker teorizzava è stavolta davvero arrivato, e le speranze che da questo conflitto l’uomo ne esca vincitore sono sempre più flebili, ogni anno che passa.

Black Mirror sarà disponibile su Netflix dal 29 dicembre.