Sii una guerriera.

Bisogna guardare con attenzione Ava DuVernay e la sua filmografia, spicciola ma potente (solo 5 titoli!) che passa dal biopic Selma sulla figura di Martin Luther King e la marcia a Montgomery per il diritto di voto afroamericano, al documentario 13th, sulla nuove forme di oppressione razziale dopo la Guerra Civile Americana, entrambi candidati agli oscar al miglior film (nel caso del secondo, come miglior documentario). La regista statunitense è, insieme a registe come Patty Jenkins e Kathryn Bigelow, esempio lampante di come non esista una filmografia maschile o femminile, e ,in un’ industria che conta solo il 10% di registe donne, ciò è tanto. Tantissimo. Detto ciò, A Wrinkle in Time, basato sull’ omonimo romanzo per ragazzi di Madeleine l’Engle e prodotto dalla Disney, è, purtroppo, una marcia indietro in una produzione altrimenti impeccabile.

Dopo la scomparsa del geniale padre (Chris Pine) quattro anni or sono, Meg Murry (Storm Reid) continua la sua vita insieme alla brillante madre (Gugu Mbatha-Raw) e il suo fratellino geniale e precoce, Charles Wallace (Deric McCabe). Meg vive con difficoltà la scomparsa del padre, che ne acuisce ulteriormente l’insicurezza e l’aggressività nei confronti di compagni crudeli e insegnanti ottusi, ignari delle reali capacità della ragazza. Un giorno suo fratello presenta alla sorella e a Calvin (Levi Miller), un suo compagno di classe bello e popolare, tre guide celestiali, la signora Quale (Oprah Winfrey) , la signora Cosè (Reese Witherspoon) e la signora Chi (Mindy Caling), che informano i bambini che il genitore è in grave pericolo, prigioniero di una oscura entità che sta consumando l’universo. Guidati dalle tre “donne”, i tre si imbarcano in un’avventura attraverso lo spazio e il tempo per cercare di trovare il padre di Meg e fermare la pericolosa minaccia.

Il libro best-seller, pubblicato nel 1967, era già stato portato dalla Disney sul piccolo schermo nel 2003, col titolo Viaggio nel mondo che non c’è, con significative differenze dal romanzo originale e con scarsi risultati di critica. La nuova versione di DuVarney, attenta a portare sul grande schermo il tema caro all’autrice (spirata nel 2007) di girl empowerment, è un film visivamente gradevole, ma terribilmente noioso nei dipartimenti storia e personaggi. Dei dialoghi affogati nella melassa, degli attori di alto calibro sprecati a una visione abbastanza confusionaria dell’opera di riferimento, rendono A Wrinkle in Time un film per nessuno: troppo complicato (con i suoi elementi di fisica e simbologia cristiana) per un pubblico giovane e troppo stucchevole per un pubblico adulto.