Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.

Guillermo del Toro ha detto di avere avuto sempre fiducia in una cosa: nei mostri. Simboli della nostra paura, molto (troppo) spesso del nostro pregiudizio, creature da sogno che rispondono alle nostre domande sull’ignoto e al contempo sotto gli occhi di tutti, tra uomini avvelenati dal potere, le masse urlanti e imbestialite dalla fede nel male. Ma anche uomini e donne semplicemente diversi, che vedono al di là delle cose, o, più semplicemente, in maniera diversa, e danno nuova forma al mondo che ci circonda, un nuovo filtro per vedere le cose.

The Shape of Water è una favola col gusto delle opere francesi di Basile e Beaumont, con tanto di principi e bestie, in una America della paura, quella della Guerra Fredda. La principessa scontenta Eliza (Sally Hawkins), a cui hanno rubato la voce e lasciato una “maledizione”, lavora presso una base militare stile Area 51 come addetta alle pulizie. Qui incontra una creatura anfibia, un principe delle acque cugino del Mostro della Laguna Nera, catturato per scopi militari da un crudele burocrate (Michael Shannon), una bestia nei panni di un impiegato che vive a pieno la american way of life, con la sua chevrolet color carta di caramella e la moglie che fa le gelatine nella casa di periferia. Tra la donna e la creatura scatta subito la scintilla, perché Mia ascolta e sente e vede il prigioniero e ne coglie la solitudine e la crudeltà a cui è sottoposto, mentre lui sembra cogliere la cortesia e solarità di lei. I due scapperanno assieme, con l’aiuto di complici tra cui la collega di lei, con un matrimonio infelice, ma grande simpatia (Octavia Spencer), e il vicino un po’ solitario e omosessuale con la passione dei musical anni ’40 (Richard Jenkins).
Vivranno però felici e contenti?

Il nuovo film di Del Toro è una wunderkammer di amori e passioni del regista messicano. C’è tutto, a cominciare dalla filmografia di Del Toro, dalla creatura fin troppo umana, qui nei panni di un mostro acquatico da film della Hammer o di Roger Corman, (ma fin troppo simile all’ Abe Sapien di Hellboy), a cui è contrapposto un tedioso uomo di potere, privo di immaginazione ma zeppo di crudeltà, come il Capitano Vidal de Il labirinto del Fauno. Ma anche la musica di Coltrane e i musical della Universal, il cinema in cui abita Eliza e il suo vicino, una sorta di rifugio da un mondo che non li capisce, non li accetta, non li vuole. Ma anche tante speranze, come quello di un amore impossibile, qui interspecie, tenero e struggente, o che i mostri, quelli che vivono nell’oscurità della via, ignorati e soli, siano pronti ad aiutarsi a vicenda per puro principio, a cambiare il mondo, senza violenza ma con compassione. E soprattutto, che la fantasia, incontrastata, indomabile, folle, riesca, assieme alla bellezza e all’amore, a salvare il mondo.