Voto
3.8

Il primo film che abbiamo avuto l’occasione di vedere al Festival del Cinema di Roma è The Last Laugh, pellicola in concorso.

Ad un impatto iniziale, il documentario cerca di definire se – ed in che modo – si possa ironizzare su alcuni episodi dell’Olocausto. Man mano che l’analisi avanza, viene raccontata la storia di una sopravvissuta ungherese naturalizzata americana e di come l’ironia l’abbia aiutata a vivere dopo la liberazione.

Il film si basa principalmente sulle testimonianze di noti commediografi ebrei (Mel Brooks, Carl Reiner e molti altri) coadiuvati da reperti dell’epoca e dal racconto della sopravvissuta.

Per un non ebreo (e forse anche per chi lo è) il film è pieno di scoperte. Tramite la vita della sopravvissuta veniamo a sapere degli spettacoli di cabaret che si tenevano all’interno dei campi di sterminio e di tutti i mezzi che i prigionieri usavano per mantenere la loro dignità umana in un tale contesto.

Man mano che si procede nella visione il dibattito si sposta e diventa più attuale. Su cosa si può ridere? E di cosa si può parlare? Se esistono argomenti tabù, per quale motivo vengono considerati tali? Inoltre, andando ancora più a fondo, può un argomento essere tabù per una categoria e non per altri? Ad esempio, è di cattivo gusto se un non ebreo ironizza sulla Shoah?

Il film è in grado di riaccendere le coscienze e di portare alla riflessione chiunque, non solo su ciò che è successo in passato ma anche sugli eventi che definiscono la nostra contemporaneità. L’unico difetto del film è la sua regia estremamente televisiva.

Una ulteriore nota di merito è rappresentata dai continui rimandi alla cultura italiana, in particolare ad una canzone popolare napoletana. E se Mel Brooks definisce La vita è bella “uno dei film più brutti mai girati”, ci possiamo comunque passare sopra.

Appassionato di Disney, Marvel, film, fumetti, serie TV e chi ne ha più ne metta. Ex studente del King's College London e LUISS.