Inauguriamo oggi la nuova rubrica di Cinefusi. Roots è pensata per dare uno sguardo a quelle che sono le radici riscontrabili nella letteratura contemporanea – ispirate a fatti reali o ad opere cinematografiche.

 “Nella vita? Oh, no… Un comune maniaco depressivo… Noioso, molto noioso. Ora penso a lui solo come a una specie di esperimento. Il primo tentativo di trasformazione di un assassino alle prime armi.” (Hannibal Lecter).

Più che da vampiri o licantropi, sono sempre stato attratto dai Serial Killer. Mi ha sempre affascinato la lucida razionalità che guida le loro azioni. Sono, a mio avviso, la vera e propria dimostrazione che non esiste un comportamento razionale univocamente riconosciuto, quanto una serie di atteggiamenti che nel tempo si sono stratificati all’interno della società. Non uccidere, non rubare, non stuprare, sono regole che l’uomo si è imposto di seguire per poter vivere e prosperare nella società. Non sono, però, regole naturali. Per la psiche di alcuni sono solo delle inutili restrizioni.

Hannibal Lecter è uno degli esempi più calzanti di questa visione. Raffinato, intelligente e cannibale, Lecter affonda le sue origini nella fame della seconda guerra mondiale in Lituania, nel massacro della sua famiglia e ma soprattutto nella brutale uccisione della sorella (mangiata viva da diversi sciacalli filonazisti). Il periodo successivo, trascorso in un orfanotrofio sovietico, forma definitivamente la sua psicosi dicotomica. Figlio di un aristocratico, vede il mondo diviso in prede e predatori, e i lupi più letali sono quelli che riescono a mischiarsi con gli agnelli. 

Il silenzio degli innocenti” è il primo capitolo della saga con Hopkins nei panni di Hannibal Lecter (non primo in assoluto, in quanto era stato già portato sul grande schermo da Brian Cox nel 1986) e non è il protagonista principale. Nonostante l’interpretazione magistrale (ha vinto un oscar con 20 minuti di recitazione), svolge più che altro una funzione “maieutica” nei confronti della protagonista, Clarice Sterling.

Sterling, interpretata da una meravigliosa Jodie Foster, è una giovane recluta proveniente dall’accademia FBI di Quantico. Brillante e con una predisposizione naturale per gli studi comportamentali, viene assegnata al caso “Buffalo Bill”, un assassino seriale che rapisce donne in sovrappeso successivamente rinvenute con evidenti mutilazioni.

Andando avanti nella visione del film, si capisce come le parafilie (gli impulsi sessuali antisociali) di Buffalo Bill affondino nel rapporto malato con la madre. Il suo obiettivo, infatti, è la preparazione di un abito di carne umana, da indossare per creare una nuova immagine di sé.

Approfondendo Buffalo Bill, possiamo vedere come il personaggio venga costruito come un mosaicoispirandosi, anche in minima parte, a Serial Killer reali. In particolare, i richiami più forti sono quelli verso Ed Gein e Ted Bundy.

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Ed Gein

Questa è la famosa scena in cui “Buffalo Bill” sfrutta il finto braccio rotto per farsi aiutare dalla vittima.

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La “tecnica del braccio ingessato” era stata creata proprio da Ted Bundy, in collaborazione con il suo maggiolino Volkswagen, attualmente esposto al National Museum of Crime & Punishment di Washington D.C.

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Bundy, probabile frutto di una relazione incestuosa, crebbe nella convinzione di essere il figlio biologico dei suoi nonni e che la vera madre fosse la sua sorella maggiore (condizione quest’ultima che lo accomuna  a Jack Nicholson). La psicosi nasce nel momento in cui la verità viene a galla. Risentito nei confronti della madre ,Ted Bundy iniziò a covare rancore nei confronti delle donne, fino a scatenare la sua ondata omicida nel gennaio del 1974. La sua carriera si concluderà nel 1978, dopo essere stato arrestato in Florida.

Giustiziato sulla sedia elettrica nel 1989, vale la pensa riportare le parole del giudice al momento della condanna: “Prendetevi cura di voi stesso, giovane uomo. Ve lo dico sinceramente, prendetevi cura di voi stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. Siete un giovane e brillante uomo. Avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete venuto nel modo sbagliato. Prendetevi cura di voi stesso. Non ho nessun malanimo contro di voi. Voglio che lo sappiate. Prendetevi cura di voi stesso.

L’ossessione per il “Vestito di carne”, invece, è un’eredità di cui si deve “ringraziare” Ed Gein, aka Il macellaio di Plainfield. Cresciuto con un padre alcolizzato e una madre invasata, il giovane Gein a 10 anni ebbe il suo primo orgasmo assistendo alla macellazione di un maiale. Dopo la morte della madre avvenuta nel 1945, iniziarono gli omicidi, che durarono fino al 1957. Dopo che una commessa di una drogheria scomparve nel nulla, gli agenti perlustrarono il capanno di Gein. Il termine “Casa degli orrori” non rende giustizia. Oltre al corpo decapitato della donna, vennero ritrovati: quattro nasi, pelli utilizzate come tappezzeria, dieci teste di donne utilizzate come ornamenti, femori utilizzati come gambe di un tavolino e alcuni vestiti fatti da pelle umana, proprio come il nostro “Buffalo Bill”.

b8f19f0a31a3efb01d9dde392f2c86e5Giudicato incapace di intendere e di volere, Gein morì di cancro in carcere nel 1984. Particolarmente inquietante una sua dichiarazione al processo: “Non ho mai ucciso un cervo.” I suoi vicini di casa si sentirono male e svennero. Questo perché era stata spesso offerta loro della carne di cervo che Gein asseriva di aver cacciato. La caccia c’era effettivamente stata, ma di una natura ben diversa.