E’ semplice immaginare che il mondo funzioni  come la maggior parte di noi occidentali politicamente corretti lo abbiamo pensato. Che la gente si voglia bene e che, con un pizzico di buon senso e diplomazia, tutti i conflitti si possano risolvere. La verità è un’altra: non esiste una precisa linea di confine, non esistono “buoni” e “cattivi” e spesso la giustizia è compromesso lontano dall’idealistico miraggio che immaginiamo.
La rubrica Real World parla di questo: di come l’arte visiva per eccellenza (e non solo) affronti questo tema difficile, presentandoci il presente come un pugno in faccia che, scuotendoci, ci riporti alla realtà. 

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Non è un caso che il primo film scelto per questa controversa rubrica sia Tropa de Elite – Gli Squadroni della Morte. Pellicola del 2007 firmata dal brasiliano José Padilha (Robocop, Narcos),  vincitrice a sorpresa dell’Orso d’Oro di Berlino del 2008, diventata già famosa perché piratata mesi prima della sua uscita e diffusa in tutto il web (lo stesso regista ammette che la maggior parte della notorietà della sua creazione è dovuta a questo).
Nel film vediamo il Capitano Nascimento (un fantastico Wagner Moura, meglio conosciuto nel ruolo di Pablo Escobar in Narcos), ufficiale della incorruttibile polizia militare brasiliana denominata BOPE, specializzata nelle incursioni nelle favelas, intento a cercare un suo futuro sostituto per la sua carica.  André Matias e Neto Gouveira saranno i due candidati prescelti, entrambi ufficiali onesti appena entrati in servizio nella corrotta Polizia Federale Brasiliana.

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L’intero film si sviluppa su più piani: dal dramma del Capitano Nascimento, in attesa di diventare padre e quindi incalzato delle martellanti richieste della moglie per una “vita normale”, alle avventure di Matias e Neto, prima nella corrotta polizia federale poi, dopo essere stati salvati all’interno di una favelas all’inizio della seconda parte del film, nel BOPE (passando per una fase di addestramento degna dei Navy Seals).
“Potessi utilizzare il cuore di uno e la testa dell’altro..” dirà Nascimento in una delle sue tante battute da voce narrante del film. Perché Neto fa la parte della testa calda: duro, puro, onesto, sincero e determinato ma un pò “Jarhead” (testa di barattolo, nel gergo dei Marines Americani) mentre Matias è un geniale idealista, infallibile con  statistiche e strategie ma convinto che la sua doppia vita da poliziotto e studente di giurisprudenza combaci in un immaginario percorso verso la giustizia.
Padilha proprio tramite questa linea narrativa menerà più forte. Perché sì: il film spinge duro su molti tasti controversi,  quasi senza pensare alle conseguenze.
“Il sistema” più volte nominato da Nascimento è al centro di molte frecciatine (anzi, chiamiamole cannonate). La corruzione, la negligenza e l’affarismo della polizia, anche se in parte giustificata dal Capitano visto lo stipendio da fame con cui il “sistema” paga i tutori della legge, sono uno dei tre bersagli principali del film.

Brazilian actors perform in a scene from the "Tropa de Elite" in this undated handout photo. Even before its release, a new movie about a police war against Brazil's criminal gangs has become an underground hit and caused controversy, including a police effort to block its screening. "Tropa de Elite" ("Elite Squad"), by Brazilian director Jose Padilha, will premiere at this week's Rio Film Festival. REUTERS/Belemcom/Handout (BRAZIL). EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS.

“Noi qui non vogliamo corrotti, il loro posto è in mezzo a papponi e puttane.” Perché i soldati del BOPE (termine più corretto di poliziotti, in quanto loro stessi dicono che stanno combattendo una guerra) prima di odiare i narcotrafficanti delle favelas, loro nemici naturali, odiano i poliziotti corrotti, servi del marcio sistema brasiliano, e implicitamente complici di quello che succede nelle favelas. Quasi con aria da documentarista, Padilha seguirà Matias e Neto dentro i quartieri di Rio, alle prese con le lotte di potere intestine della polizia, riscossione di pizzi e scambio di armi con i narcotrafficanti (il tutto sempre condito dalla voce narrante di Nascimento, in una versione dura e politicamente scorretta di Alberto Angela). Lapidale sarà l’insegnamento che il capitano darà ai due allievi: “A Rio ogni poliziotto deve fare una scelta: o non fai niente, o ti sporchi le mani, o fai la guerra”.

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Il secondo aspetto pesantemente colpito è intrinseco all’arco narrativo di Matias: i borghesi. Come ogni paese capitalistico che si rispetti, anche il Brasile ha una buona fetta di popolazione agiata e “colta”, pronta a impegnarsi nel sociale con tutti i buoni propositi del caso. Difatti la maggior parte di queste scene si svolgerà o in una università o in una Onlus all’interno di una favelas. Anche qui, la lucida analisi di Nascimento sarà chiarificatrice: “[…]Solo i ricchi impegnati nel sociale non riescono a capire che la guerra.. e` guerra.” Personalmente, questa è la parte che più mi ha colpito, in quanto chi scrive può essere tranquillamente additato come un “borghese”. Matias dovrà scontrarsi spesso con il mondo di vedere dei suoi colleghi universitari, anche della sua ragazza, la bella Maria. Moralisti e benpensanti, contro la violenza e la corruzione della polizia e a favore di una risoluzione “pacifica” del dramma delle favelas, pronti a fare servizio umanitario in una Onlus, la “gioventù bene” brasiliana non esce incolume da questo film. Anzi. Presto si scoprirà che la Onlus esiste nella favelas solo perché i narcotrafficanti lo permettono in quanto, oltre l’aiutare la popolazione più povera, bambini in particolare, non tutto è limpido come sembra.
Il capo del gruppo ha aspirazioni politiche e tutto il suo volontariato si riduce a una mera campagna elettorale per ottenere i voti necessari per essere eletto (a sinistra ovviamente, ma tranquilli, Padilha non risparmia nessuno e mena anche dall’altra parte), mentre uno dei ragazzi membri della onlus è un galoppino per i narcotrafficanti, usato come cavallo di troia, per poter vendere la cocaina all’università.
“Siete tutti dei borghesi figli di puttana!” Dirà Matias quando, durante una manifestazione per la “nonviolenza”, si accorgerà definitivamente dell’omertà e dell’ipocrisia dei suoi colleghi.
Per loro i poliziotti sono delle merde, chi collabora con i narcotrafficanti no. Meglio scendere a patti con un criminale, che appoggiare quei fascisti del BOPE. Temi che mi hanno fatto rabbrividire, per quanto sono reali e attuali. Colpiti e affondati. E lo dice un “borghese figlio di puttana.”
Il terzo, ed ultimo, scontato bersaglio del film sono i narcotrafficanti. Controllano interi quartieri chiamati favelas, sono uno stato nello stato, o meglio, un cancro nello stato con cui il sistema è sceso a patti. Ci fa affari, li rifornisce di armi e si rifornisce di droga allo stesso tempo. Il BOPE è nato per distruggerli. Nel film i soldati saranno impegnati nell’operazione “Giovanni Paolo II” visto che il Papa, nella sua visita a Rio, ha deciso di dormire in una parrocchia in una favelas. Ovviamente il quartiere deve essere ripulito, non senza un certo disappunto da parte dello stesso Nascimento, con (tanto per chiudere il giro in bellezza) qualche frecciata alla Chiesa e a Sua Santità.

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E’ all’interno di questo contesto che opera la polizia militare. Incattiviti più dai corrotti, dagli omertosi e dagli ipocriti che dagli stessi narcotrafficanti, Nascimento e i suoi combatteranno una guerra contro le organizzazioni criminali a suon di incursioni, retate, esecuzioni e violenti interrogatori. Tutto ciò può sembrare assurdo, malato. In realtà lo è: il BOPE è una setta, il loro addestramento folle, il loro pensiero inflessibile e le loro azioni violente e dirette; insomma dei veri “Squadroni della Morte”. Questo il film non tende a nasconderlo ma, allo stesso tempo, non nasconde neanche i motivi del perché i soldati sono così: una società al collasso, dove non esiste giustizia, dove il sistema è colluso a tal punto con la criminalità che è quasi impossibile fare un distinguo. Un sistema malato che genera una controreazione malata.
La pellicola sembra però suggerire che il BOPE, nonostante tutto, sia l’unica risposta possibile. La guerra è l’unica risposta possibile. E i soldati del BOPE sono pronti a combatterla (e a vincerla).

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Il film ovviamente è stato odiato dalla maggior parte della critica, spesso troppo ottusa e abituata ai salotti per poter anche solo concepire una realtà così dura e contraddittoria. Come spesso accade, invece il pubblico lo ha amato, tante’ che per Padilha sarà il trampolino di lancio per la sua carriera.
Per chi scrive invece è stato un  film importante, che mi ha dato modo di vedere, anche solo per un attimo, al di là di tutto quel mare benpensante e politicamente corretto nel quale navighiamo (ancora più incisivo, è stato sapere che è tutto ispirato a fatti realmente accaduti). Per essere più precisi: è stato un gradevole pugno in faccia. Uno di quelli che quando ti rialzi ti lecchi con gusto il sangue perché, in fondo, ti è piaciuto riceverlo.
Per questo l’ho scelto come prima puntata di questa rubrica, perché Tropa de Elite batte su ferro a ripetizione dal primo all’ultimo minuto, senza sosta. Stupisce, schifa e indigna. Il che è essenziale per far arrivare un messaggio di controtendenza così forte.