Los Angeles, prima mattina. Squilla il telefono.

Ray sono nella merda. Ho una puttana morta nel letto.”

“Arrivo.”

Si apre così Ray Donovan, serie originale Netflix iniziata nel 2013 e arrivata alla quarta stagione.

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Il format è tanto semplice quanto efficace.

Come il Signor Wolf di Pulp Fiction, Ray Donovan risolve problemi. In ogni momento della giornata – anche a tarda notte – è a completa disposizione dei suoi facoltosi clienti, che sfruttano le sue “particolari abilità” per sfuggire alle responsabilità derivanti dai loro comportamenti lascivi.

Niente di nuovo, niente che non sia stato già raccontato. Ciò che permette alla serie di fare il salto di qualità è l’attenzione dedicata ai così detti “personaggi secondari”, anche se questa è una accezione quanto meno riduttiva.

 

La famiglia Donovan ha origini irlandesi, viene da Boston, e ha prosperato nell’illegalità.

Ray ha due fratelli, Terry e Bunchy, interpretati rispettivamente da Eddie Marsan e Dash Mihok. Il primo gestisce una palestra di boxe ed è affetto dal Parkinson, malattia che avrà un ruolo fondamentale nella strutturazione del personaggio e nella sua evoluzione lungo la serie.

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Terry Donovan

Brandon “Bunchy” Donovan, invece, è a mio avviso il personaggio più interessante della serie insieme a Ray stesso. Violentato cronicamente da un prete durante l’infanzia, ha la maturità di un ragazzino di 12 anni, incapace di relazionarsi con il sesso e profondamente insicuro. Nel corso della serie è il personaggio che compie l’evoluzione più marcata, contrapposta al declino fisico e mentale di Terry.

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Bunchy Donovan

A margine del quadro troviamo Daryll, afroamericano figlio del padre di Ray, Mickey. I fratelli sono molto legati fra loro e tutti sono disposti a tutto per proteggersi a vicenda, anche se questo dovesse significare tagliare i ponti con le persone amate. Citando Terry, in una scena meravigliosa: “Shut up woman, You can’t understand. We protect each other!”.

Mickey, interpretato da Jon Voight, è una vecchia gloria della mafia irlandese. Perennemente assente, è dotato comunque di un grande carisma che gli permette di mantenere una forte influenza sulla famiglia Donovan, ma non su Ray, che anzi riesce a farlo rinchiudere (ingiustamente) e l’uscita dal carcere di Mickey sarà il leit-motiv dell’intera prima stagione.

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Mickey Donovan

Proprio il rapporto controverso con il padre, di cui Ray ha seguito le orme, spiega le relazioni interne alla famiglia del protagonista.

La moglie Abby, interpretata da Paula Malcomson, ama ciecamente suo marito, tanto da perdonargli i tradimenti perpetrati dal faccendiere con qualunque donna che si mostri interessata. Nonostante le ripetute scappatelle, anche Ray, interpretato da un mostruoso Liev Schreiber, ama sua moglie e ama la sua famiglia. Questo è il motivo per cui fa quello che fa, nonostante faccia trasparire più volte nella serie che non ami particolarmente il suo lavoro. Citando Logan, “Sono il migliore in quello che faccio, ma quello che faccio non mi piace”. La coppia ha due figli: Conor, il personaggio più debole della serie, e Bridget.

 

La figlia merita una sezione a parte. Chiamata come la defunta sorella di Ray, vive un rapporto di amore e odio con il padre. Questo, memore delle assenze di Mickey, esercita un controllo oppressivo sul proprio nucleo famigliare. La famiglia è la sua “roba”, come la chiamerebbe Mastro Don Gesualdo, ma è una roba a cui è molto affezionato e a cui dedica completamente se stesso.

Se vi piace Los Angeles, la vita delle star, sane vecchie mazzate e drammi familiari, questa serie vi dovrebbe andare particolarmente a genio.

Assolutamente consigliata.