[cs_content][cs_section parallax=”false” style=”margin: 0px;padding: 45px 0px;”][cs_row inner_container=”true” marginless_columns=”false” style=”margin: 0px auto;padding: 0px;”][cs_column fade=”false” fade_animation=”in-from-left” fade_animation_offset=”55px” fade_duration=”750″ type=”1/1″ style=”padding: 0px;”][x_raw_content][/x_raw_content][x_blockquote cite=”"Big" George Foreman” type=”center”]”La boxe è una specie di jazz, più è bello e meno viene apprezzato.”[/x_blockquote][cs_text class=”cs-ta-justify”] 

La Boxe mi ha salvato la vita.

La prima volta che sono entrato in una palestra di pugilato avevo 16 anni e pesavo 150 kg. Una palla.

Ricordo che il primo giorno non mi allenai, perché non avevo il certificato medico, e l’allenatore giustamente non voleva rischiare che infartassi durante l’allenamento.

Per cinque anni, quasi tutti i giorni, la palestra è stata la mia seconda casa, e la Boxe è stata, e rimane, il primo amore della mia vita.

C’è un immagine che accomuna qualsiasi palestra dedicata agli sport di combattimento. È l’immagine di un ragazzo, anche un pò strafottente, che sovrasta un uomo gigantesco, accasciato a terra. Come un nuovo Davide contro Golia, perché all’epoca era quella la percezione, Muhammad Alì sovrasta Sonny Liston, messo giù al primo round della prima ripresa, e si conferma campione dei pesi massimi. 

Questa immagine travalica il mondo sportivo. Questa immagine è Cultura Pop  nella sua accezione più autentica. 

Sfido chiunque a dirmi che è la prima volta che vedono questa foto.

Nato come Cassius Clay, dopo la vittoria del primo titolo mondiale (ai danni dello stesso Sonny Liston che sconfiggerà nuovamente nel famoso match dell’immagine) aderisce inizialmente alla Nation Of Islam, il movimento separatista nero di Elijah Muhammed, salvo poi allontanarsene e seguire il percorso di Malcolm X, aderendo all’Islam Sunnita e facendosi portavoce dell’integrazione razziale. 

La presa di coscienza della sua fede porta al cambio di nome. Non sarà più Argilla (Clay), sarà Altissimo (Alì).

Capire la dimensione spirituale e culturale di Muhammad Alì è importante per capire il contesto del match che lo ha trasformato in leggenda.

1974.

Muhammad Alì si è rifiutato di partecipare alla Guerra del Vietnam nel 1967, e ha dovuto così scontare 3 anni e mezzo di interdizione dalla boxe sportiva. Nel frattempo, ha iniziato a farsi strada un nuovo fenomeno nella categoria dei pesi massimi.

“Big” George Foreman è un uomo mostruoso. Non perché fosse cattivo, ma ha una forza inimmaginabile e incontenibile, accompagnata da una stazza non indifferente.

Oltre a questo, George Foreman incarna perfettamente tutti gli stereotipi sugli Afroamericani.

Cresciuto a pollo fritto e Coca Cola, è un uomo rozzo e discretamente ignorante, a cui piace farsi coinvolgere in risse. A questo suo carattere fa da contraltare perfetto la sua boxe grezzissima, bilanciata da una potenza terrificante, senza eguali nella storia del pugilato. Basti pensare al match del 1973 contro “Smoking” Joe Frazier, altro meraviglioso interprete del periodo d’oro della boxe americana, messo al tappeto ben sei volte in appena due riprese. 

La contrapposizione con l’anima africana di Alì, con la sua boxe fatta di volteggi e grazia, è netta.

Non è solo un match di pugilato, è uno scontro ideologico.

Naturalmente, un giovane e promettente promoter come Don King non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta. Finito il periodo di squalifica per Alì, si adopera immediatamente per organizzare il match che sarebbe rimasto nella leggenda come The Rumble In The Jungle. 

Alì partiva nettamente sfavorito. Era rientrato nel 1970 visibilmente fuori forma e aveva già perso due grosse occasioni contro Joe Frazier e Ken Norton. Foreman, invece, era in piena fase ascendente, e un’eventuale vittoria contro Alì lo avrebbe proiettato nell’olimpo dei grandissimi.

Il 30 ottobre, alle 4 di mattina a Kinshasa nello Zaire, andava in scena il più incredibile match nella storia del pugilato moderno. 

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In uno stadio stracolmo, con un clima tribale infernale, Muhammad Alì riuscì a incanalare per otto round (24 minuti) la furia distruttiva di George Foreman.

Semplicemente si appoggiò alle corde. 

Questa strategia, conosciuta in seguito come rope-a-dope, ha permesso al seguace di Malcolm X, all’anima africana dei neri americani, di far stancare così tanto il mostruoso George Foreman, da farlo crollare dopo solo un assalto, portato a conclusione durante l’ottavo round.

Nonostante le rivendicazioni di Foreman (accusò l’allenatore avversario, Angelo Dundee, di aver allentato le corde per favorire Alì), il Rumble In The Jungle era l’appuntamento di Muhammad Alì, la sua occasione, centrata, di entrare definitivamente nella leggenda di questo sport.

A questo match è stato dedicato un bellissimo documentario, chiamato When We Were Kings, per la regia di Leon Gast. 

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