Questa è la storia del lupo che i buoni non li mangia

Alice Rohrwacher sembra aver trovato casa a Cannes. Dopo il suo successo nel 2015 con “Le Meraviglie“, che le ha fatto guadagnare il prestigioso Premio della Giuria, trionfa ancora una volta, seppur con un premio minore, con “Lazzaro Felice“, guadagnando il Premio alla Sceneggiatura (ex-aequo con l’ultimo lavoro corsaro del regista iraniano Jafar Panahi).

Il cinema della Rohrwacher è un cinema delle meraviglie. Un cinema che aspira a raccontare la magia del quotidiano, l’incantesimo della vita rurale, di un’Italia delle favole che ormai non esiste più. E come tutte le favole che si rispettino, racconta la storia di un povero contadino di nome Lazzaro (Adriano Tardiolo, al primo ruolo sul grande schermo), un ragazzo talmente buono da sembrare stupido, l’ultimo anello di una catena di schiavi. Lo “sfruttato” di una comunità di sfruttati, come tutti agli ordini dell’algida marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi), la regina del tabacco che, complice la grande inondazione che ha isolato il paese dal resto del mondo, perpetua un “grande inganno” sulle spalle dei suoi servi. Ma Lazzaro non se ne cura, vive per far contenti gli altri, vive della felicità altrui. Solo l’amicizia (la prima, probabilmente) con il figlio viziato della marchesa, Tancredi (Luca Chikovani), sembra dare una leggera scossa alla sua vita. Quando poi, complice uno scherzo fuori controllo, “l’inganno” è svelato e il paese viene abbandonato da tutti, solo Lazzaro rimane, risorto da morte apparente, ma non cambiato, immutabile nella sua onestà e bontà. Il redivivo, solo e confuso, partirà alla volta della città grande e vuota alla ricerca dell’amico.

Lazzaro Felice” è un film sul valore rivoluzionario della bontà, sull’amore verso il prossimo (una qualità ormai lontana nel tempo), sul sacro che rimane nascosto nelle pieghe del reale. Una storia sulla santità, senza gesta straordinarie o trucchi di magia, quella dello stare al mondo senza pensare il male, sacrificandosi per chi ha poco o niente. Quel sacro che non sta dietro versetti ripetuti passivamente o in icone appiccicate sui muri, ma nel fare del bene a tutti e volendo bene a chiunque. Sacro come buono. Santità come abnegazione.

Alice Rohrwacher e il suo cinema sono una boccata di aria fresca, un ulteriore passo avanti nella produzione cinematografica del nostro paese che per troppo a lungo ha dimenticato cosa vuol dire essere autori. Un cinema, quello autoriale, che scalcia testardamente alla ricerca di una possibilità. E che, visti i risultati, non può che meritarsela.

Voto: 87/100

Pierfranco nasce a Chiavari, il 1 aprile 1994, da Vittorio Allegri (giornalista) e Elisabetta Dallorso (insegnante). Si diploma al Liceo Classico Federico Delpino di Chiavari, dove si avvicina alla scrittura e alla recitazione. L’anno successivo si iscrive alla facoltà di Lingue Straniere dell’Università di Genova, coltivando nel frattempo la passione per cinema e scrittura. Perde presto interesse per l’università e decide di seguire la passione per il cinema, iscrivendosi alla Scuola Holden di Torino per seguire i corsi di cinematografia del college di Filmaking, dove si diploma nel 2015. Dopo una breve esperienza da attore e a Torino, al momento studia alla Sapienza di Roma, continuando comunque una produzione di sceneggiature e cortometraggi in qualità di attore.