Titolo film: Insidious: L'ultima chiave

Data uscita: 2018-01-18

Regista: Adam Robitel

Attori: Lin Shaye, Angus Sampson, Leigh Whannell

Genere: Horror

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Il primo Insidious (2011) per la regia di James Wan era un horror eclettico e nuovo, capace di coniugare la mitologia horror di fine 900 (il Lipstick Demon è il più meritevole erede di Freddy Krueger) con le nuove esigenze del pubblico dell’orrore, e la saga, già dal primo capitolo, ha ottenuto un discreto following da parte degli amanti del cinema horror. Ma, così come era accaduto per la saga di Saw, anch’essa messa al mondo da Wan, una fredda exploitation e una incapacità di fondo da parte dei registi successivi (unito sicuramente al gusto campy dello sceneggiatore Leigh Whannel, creatore dei personaggi della saga e che nel film interpreta il nerd Specs) ha condannato la saga al limbo della mediocrità, prima col pessimo Insidious: Chapter 2, poi col mediocre Insidious: Chapter 3 e infine con quest’ultimo capitolo, Insidious: The Last Key, che sembra, qualitativamente parlando, un punto mediano tra i due capitoli precedenti, fallendo come loro nel recuperare il savoir faire del primo capitolo.

La sensitiva Elise (Lin Shaye), personaggio volto del franchise, viene contattata, assieme ai fidi aiutanti Specs e Tucker, per indagare su presenze maligne che infestano una casa in New Mexico, che sorge ai piedi di un ex-penitenziario criminale e braccio della morte. Per la prima volta, però, la medium è restia ad accettare l’incarico, dal momento che lei stessa ha abitato nella casa in questione durante l’infanzia, e che questa, oltre a essere abitata dai soliti spiriti, è stata anche lo scenario di ripetuti abusi domestici da parte di un padre violento e spaventato dai poteri della figlia. Per Elise sarà il momento di chiudere definitivamente la porta col passato e di scacciare i fantasmi dalla sua vecchia casa. Tutti quanti.

Da subito, la scelta di concentrare il film conclusivo della saga sulla figura di Elise, la più interessante di quelle partorite dalla mente di Whannel e interpretata da un’icona del cinema dell’orrore come Lin Shaye, suonava vincente. Anche la scelta di adoperare Adam Robitel, regista del cinema dell’orrore che si era distinto con l’intrigante The Taking of Deborah Logan (2014) sembrava un punto a favore. Ma questi elementi non redimono il film da una distensione della storia frettolosa e poco avvincente, dei dialoghi da morte cerebrale e personaggi di contorno fastidiosamente irrilevanti. Nonostante il repertorio di props da cinema dell’orrore vecchia maniera (porte che si chiudono all’improvviso, respiri nel buio, fulminee apparizioni spettrali, demoni abominevoli) regalino ancora qualche spavento, ciò non risparmia questo quarto capitolo da essere colpevolmente irrilevante, tanto più in un periodo come questo, in cui il cinema dell’orrore è in perfetta salute e in grado di servire qualcosa di più di una tiepida storia di fantasmi, priva di passione o qualsivoglia mordente.

Voto 38/100