Difficile non partire prevenuti. D’altro canto, film di ineguagliabile bruttezza e stupidità come Fuga di cervelliGame Therapy (ma anche il più recente film dei TheJackalAddio Fottuti Musi Verdi) avevano confermato il dubbio che niente di buono poteva nascere da film atti a cavalcare l’onda del successo di note personalità del web. Il Vegetale sembrava un ennesimo esempio di questa mediocre tendenza, tanto più parlando di un esordio alla recitazione, quello di Fabio Rovazzi, cantante che ha ottenuto il successo attraverso fastidiosi videoclip su YouTube come Andiamo a comandare o il più recente Volare, con la partecipazione straordinaria di Morandi. Nonostante la presenza alla regia di Gennaro Nunziante, regista dei film di grande successo di Checco Zalone, tutto il progetto suonava come una catastrofe di cattivo gusto. Eppure…

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Ancora una volta, si parla dell’Italia della crisi, quella del lavoro e della disoccupazione giovanile. Fabio Piccolrovazzi (per chi non lo avesse capito, Fabio Rovazzi), è un neolaureato volenteroso e sfigatissimo, che non riesce a trovare un lavoro stabile o dignitoso in una Milano pronta a mettergliela perennemente in quel posto. Nonostante ciò, il ragazzo non si lascia abbattere e continua sulla sua strada, convinto che il duro lavoro paghi e che l’onestà sia ancora un valore. Diverso è l’approccio del padre di lui, il geometra Piccolrovazzi (Ninni Bruschetta), un ricco imbruttito e disonesto, che ha abbandonato il figlio, e ora vive in un superattico con la tonica e giovane moglie straniera e la figlioletta capricciosa e viziata, e che considera Fabio un inetto (un vegetale), perché troppo onesto e ingenuo. Ma un evento inatteso, rovescerà i ruoli e Fabio dovrà capire come reinventarsi, alla vigilia di uno stage che potrebbero cambiargli la carriera. O anche no.

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Mettiamo in conto il fatto che la commedia sulla crisi sta diventando un genere un po’ tanto trito e che la storia era banale e telefonata. Aggiungiamoci poi che la regia ( e questo è grave..) era pressapochista e che i personaggi erano poco ispirati. Però si ride. E non si ridacchia imbarazzati o per sdegno, ma si ride consapevolmente, e certe volte di gusto. Certo, le battute non sono freschissime, ma la naturale comicità di Rovazzi, con il suo volto da cane perennemente bastonato, ma illuminato dal buon umore, unita a un ritmo comico non mediocre, riesce a salvare il film dalla etichetta di pochezza a cui sembrava destinato ad andare incontro, non salvandolo però dall’orlo del dimenticatoio.

Voto 50/100