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ANDREA D’AGOSTINO

Il cinema da il meglio di se quando racconta storie, quando parla di un qualcosa che è sotto gli occhi di tutti metaforizzando, denunciando o semplicemente mostrando i fatti crudi per quello che sono. Go With Me è un film senza capo ne coda: alterna belle inquadrature, con una scenografia molto accattivante e una fotografia oscura e suggestiva, a una storia raccontata male, con tempi sbagliati, attori mal gestiti e un intreccio che definire lineare e prevedibile è riduttivo.

Ma è qui che il cinema mostra tutta la sua potenza perché la storia di Go With Me , nonostante sia mal raccontata e mal gestita, è terribilmente attuale e, in un certo senso, disturbante: la bella Lilian (una fiacca Julia Stiles) viene aggredita e pedinata da Blackway (un redivivo Hal Holbrok, unica nota positiva del cast), ex poliziotto ed ora criminale incallito e temuto in città; da qui parte un intreccio di reticenza e freddezza, mista a un pizzico di misoginia, che porta Lilian sull’orlo della disperazione. Nessuno sarà disposto ad aiutarla, dall’impaurito sceriffo della città agli omertosi falegnami a cui lei si rivolge. Nessuno tranne un anziano e malinconico Anthony Hopkins (una statua di gesso, lontano dalle sue interpretazioni che lo hanno reso famoso), anch’egli falegname ma con un passato triste, che lo porta a rivedere sua figlia nel personaggio di Lilian. Si unirà al gruppo anche il giovane Nate, assistente di Lester (personaggio interpretato da Hopkins) con alcuni problemi riconducibili ad una forma di autismo. I tre, assieme, andranno a caccia di Blackway per vendicare Lilian e ottenere finalmente giustizia.
Come già detto, la trama è mal racconta e determinate scelte artistiche la rendono totalmente priva di mordente. Ma il film riesce a risultare interessante perché la vicenda narrata è talmente tanto attutale, reale, sentita e vissuta che lo spettatore non può non sentirsi coinvolto emotivamente.

E’ questo il bello del cinema: nonostante sia spesso contornato da grossi difetti oggettivi, certe volte basta l’emozione a prendere e trascinare lo spettatore in una ambientazione ben costruita, imprigionandolo per 90 minuti di pellicola.

 

 

STEFANO FOLEGATTI

In una piccola comunità di taglialegna, tra gli Stati Uniti e il Canada, una donna di nome Lilian è vittima di stalking dall’uomo più temuto in zona, Blackway. Quando questa si reca dallo sceriffo per denunciare l’uomo, le viene semplicemente consigliato di fuggire via dalla città. Città dove la legge non ha potere, mentre la giustizia personale sì. E così Lilian in cerca aiuto trova Lester, un vecchio boscaiolo che decide di aiutarla spinto da motivazioni personali legati ad un triste passato. Insieme c’è anche Nate, suo giovane assistente dalle poche parole. Così i tre decidono di mettersi in viaggio, contro tutti i consigli pavidi ricevuti dalla comunità, alla ricerca di giustizia contro l’ex vice sceriffo Blackway ora divenuto il criminale più pericoloso e spietato di tutta la provincia.

Questo thriller di Daniel Alfredson, esordiente nel cinema americano, si mostra a tutti gli effetti come un western classico, dove troviamo il bene e il male, un gruppo di coraggiosi che si separano dalla propria comunità per andare a cercare vendetta. Una vendetta che rappresenta un punto di non ritorno.

Colori grigi e freddi riempiono gli ottimi paesaggi fotografati, ed insieme ad una colonna sonora di buona qualità accompagneranno lo spettatore per tutta la durata della pellicola. Ciò che purtroppo non riesce ad emergere è la trama, priva di moto e accompagnata da pochi dialoghi. Nota positiva per il premio oscar Anthony Hopkins, personaggio malinconico toccato da un doloroso passato. Peccato che questo passato non venga mai approfondito completamente fino in fondo. Il finale, risolto in uno scontro tra buoni e cattivi, viene liquidato in fretta e furia senza fornire spiegazioni e lasciando il pubblico con più quesiti che risposte.

Ciò nonostante Go With Me riesce nel suo intento di raccontare un thriller sperimentale dai connotati western, anche se la sensazione finale per una grande occasione mancata rimane.