Voto
3.3

Genius è un giusto film per comprendere le differenze sostanziali che esistono tra due realtà vicine, ma allo stesso tempo diverse: il cinema e il teatro. Al suo esordio alla regia cinematografica Michael Grandage, noto regista teatrale, mette in scena la storia dell’editore newyorkese Max Perkins (Colin Firth), che negli anni venti pubblicò i primi romanzi di F. Scott Fitzgerald (Guy Pearce), Ernest Hemingway (Dominic West) e Thomas Wolfe (Jude Law).

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Incentrato in particolare sulla storia del rapporto tra Perkins e Wolfe, basata sul libro Max Perkins: Editor of Genius, il film ripropone su schermo i pregi (e i difetti) di una pellicola pensata più come opera teatrale che audio/visiva. Considerato anche lo stratosferico cast, al quale si aggiunge anche Nicole Kidman nei panni di Aline Bernstein, compagna follemente innamorata di Wolfe, il film è fortemente incentrato sulle interpretazioni singole dei personaggi: da quella quasi aulica e ridondante, ma comunque bellissima, di Jude Law ad una molto più cauta e introversa, ma allo stesso incredibilmente espressiva ed emotiva, di Colin Firth. Rischiando quindi una sorta di sovra-recitazione, non sempre positiva per il cinema, il film – sopratutto nella prima parte – scorre abbastanza bene, grazie alle numerose ed azzeccate scene di “editing” di Max nei confronti di Thomas. Quasi un inedito nella cultura cinematografica, tali scene riuscite elevano la pellicola permettendo anche una visione meno impegnativa e più rilassata da parte dello spettatore (aiuta anche uno sprazzo di grottesco umorismo).

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Straordinario Colin Firth che, nonostante sia posto difronte a un talentuoso Jud Law che sembra farsi spazio a gomitate pur di farsi notare dalla telecamera, rimane impassibile e austero, con tutto il suo charme da lord inglese, risultando incredibilmente convincente e comunicativo. Buona anche l’interpretazione della Kidman, che risulta credibile come innamorata psicopatica, nonostante la sceneggiatura la maltratti non poco.

Quando la narrazione sconfina al di fuori delle scene di editing letterario, il film comincia a mostrare i punti più deboli. Il regista ha un oggettivo problema a far percepire lo scorrere del tempo allo spettatore, sopratutto a causa di una continuità di scena in scena che da l’impressione che al taglio di montaggio sono passate poche ore, quando in realtà sono passati mesi. Stesso discorso per i personaggi che, sia da un punto di vista stilistico che di continuità dialogica, sono incapaci a comunicare una distensione dello spazio temporale della pellicola.
Complice la sceneggiatura,  che si perde spesso e volentieri nei dettagli e risulta confusionaria quando c’è da narrare un susseguirsi di eventi che incidono nella trama complessiva. Nelle parti “lente” – il primo tempo – dove avviene la costruzione di tutto l’apparato narrativo e funzionale del film, la pellicola gira bene. Nelle parti più “veloci” dove la narrazione accelera, il tutto diventa offuscato, rendendo problematico seguire lo sviluppo degli eventi (nonostante la trama piuttosto lineare). Probabilmente anche un montaggio infelice ha contribuito alla non chiarezza di alcune parti nel secondo tempo, anche se d’istinto la maggior parte dei problemi viene spontaneo attribuirli ad una sceneggiatura troppo incentrata sulla performance dell’attore che alla continuità logica della trama.

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Tornando all’inizio di questo articolo, gli errori probabilmente derivano da una scrittura e una concezione troppo teatrale e troppo poco cinematografica. Nonostante questo, le parti buone del film non vengono inficiate più di tanto ed i 104 minuti scorrono degnamente, grazie anche alle ottime interpretazioni del cast.
Genius è un esperimento moderatamente riuscito ed un degno esordio alla regia, con qualche piccola sorpresa che saprà regalare momenti di gioia agli spettatori.

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