Soggetto e sceneggiatura: Tiziano Sclavi

dd2Disegni:  Giampiero Casertano

Possiamo dire senza ombra di dubbio che questo è l’albo più atteso in assoluto dai fan dylaniani. Sclavi, il padre del personaggio, torna a mettere mano alla sua creatura con una storia giustamente preannunciata e pubblicizzata a reti unificate. Tra i lettori si è sempre detto che i Dylan Dog di Sclavi hanno una marcia in più. Da quando Tiziano ha smesso di scrivere si è creata una frangia sempre più rumorosa di lettori che ha rimpianto non poco il periodo d’oro dell’indagatore dell’incubo.

Ora tra gli indubbi meriti che si possono ascrivere a Roberto Recchioni, curatore della testata, c’è sicuramente l’aver fatto tornare Tiziano Sclavi ai testi della sua creatura. Il ritorno avviene sulla serie regolare, con un albo particolare che punta a far parlare di sé già dallo scaffale dell’edicola.  La copertina è completamente bianca, se non per l’annuncio del ritorno di Sclavi, l’interno e i redazionali sono completamente vuoti se non per la grafica. Tutto con un doppio significato: da un lato il messaggio implicito “è tornato Tiziano Sclavi, il resto è superfluo” dall’altro il legame tra questo bianco e questo vuoto con la storia che stiamo per leggere intitolata appunto Dopo un lungo silenzio.

E il lungo silenzio è anche quello di Sclavi come è quello di cui si parla in questa storia sull’alcol e sulla perdita. Come sempre nelle storie di Sclavi una parte delle angosce dell’autore finisce sul foglio e così ci viene mostrato l’incubo dell’alcolista mischiato alla frustrazione ed alla perdita che accompagna con se ogni lutto. La storia viaggia su due binari: la lenta ricaduta nell’alcolismo che ha il sapore della vita vera. Si inizia con “solo un sorso che sarà mai”  fino a sfociare nell’autoannientamento fine a sé stesso e privo di ogni tipo di controllo.

A fare da contorno c’è la perdita incolmabile di Owen, un’alcolista all’ultimo stadio chedyd2 non riesce a superare il lutto per la moglie deceduta. Owen continua a vedere la moglie sulla poltrona dove è morta e cerca di comunicare inutilmente col suo fantasma.

Tutta la vicenda di Owen  fa da apertura per la tematica più estesa della solitudine e del non detto. Dyaln e Owen si imbarcano in una caccia agli spettri che porta sempre alla stessa conclusione: non c’è nulla a parte noi e se anche ci fosse non siamo in grado di comunicare. Quello che va dall’altra parte è perduto per sempre.

Questo, insieme alla spirale discendente dell’alcolismo, crea un senso di malinconia che pervade tutto l’albo, l’alcol e i fantasmi diventano equivalenti nella loro funzione disperata di abbattere il male di vivere che affligge ognuno di noi.  Il momento del riscatto di Dylan ed il ritorno alla sua normalità hanno un sapore amaro. Non è una vittoria o una soluzione ma una semplice presa di coscienza. Un ammettere, serenamente, che le cose stanno così e non è possibile cambiarle.

Per usare le parole usate dallo stesso Sclavi e dagli alcolisti anonimi di tutto il mondo: “Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quella che posso e la saggezza di conoscere la differenza”.