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Dylan dog

Il bello dei personaggi come Dylan è che non hanno un passato ben definito, ci sono vuoti inesplorati in cui ci si può comodamente infilare con il proprio frammento di storia. Questa storia di Barbara Baraldi va proprio ad incastrarsi nel fumoso passato dell’indagatore dell’incubo.

Si tratta di una storia abbastanza lineare che, per la maggior parte della narrazione, è ambientata in una passata adolescenza di Dylan. La vicenda parte dalla’incontro con un vecchio amico, Vincent,  con cui Dylan ha trascorso parte dei suoi anni selvaggi. Sono gli anni dell’adolescenza, della ribellione del Rock &roll del mito della rockstar.

Come succede spesso in questo genere di storie, si tratta di un racconto amaro che vede Dylan e i suoi amici  seguire la loro parabola del successo, dall’esibizione in un locale underground fino, appunto, al successo, accompagnato dai problemi della celebrità e della fama.

I membri dei Bloody Hell, nome del gruppo nato proprio da una delle ricorrenti esclamazioni di Dylan, lentamente cedono parte della loro purezza iniziale in cambio del successo e della fama che tutti agognano in qualche modo. Chi prima chi dopo si abbandona alle droghe, all’alcool o al puro egocentrismo. Solo Dylan resta fedele alla purezza del mito della rockstar, proprio questa purezza porterà la sua strada lontano dagli amici.

Questa lenta discesa è intervallata da momenti ambientati nel presente dove Dylan Dog e Vincent ripercorrono i bei tempi andati, in un tour nei luoghi del loro passato.  La Balardi incastra con maestria i vari pezzi del passato dylaniano dando alla vicenda una collocazione ben definita. Vengono citati Lilly, l’inizio dell’alcolismo e gettate le basi per la motivazione dell’ingresso in polizia.

Tanta carne al fuoco se si considera che ci sono anche un mistero e una storia dell’orrore nel mezzo. La vicenda più horror arriva all’attenzione del lettore sottotraccia, a piccoli pezzi fino alla rivelazione sul finale. La narrazione inizia dando una generica sensazione di nostalgia, diventando poi sempre più amara man mano che ci si avvicina alla realtà, quando i ragazzi rinunciando all’idealismo in cambio dell’agognato successo. Qui si palesa il mostro, quando rinunciando alla purezza dell’ideale, si inizia a scendere a patti con il sistema, con la Macchina del successo che stritola a divora tutto pur di avere ciò che vuole.

Il tratto di Nicola Mari riesce facilmente a trasmettere l’atmosfera di questo numero,  sia nelle scene di flashback più rock-punk, che in quelle del presente e nelle immancabili scene splatter. Mari riesce a virare naturalmente tra dolcezza e orrore in base alle necessità della scena. Il culmine viene raggiunto nella sequenza onirica causata dalla droga dove appaiono più riferimenti alla mitologia dylaniana classica.

Nel complesso un numero interessante e ben fatto, che appartiene al filone malinconico delle storie dell’indagatore dell’incubo.  Una buona realizzazione con un crescendo narrativo accompagnato da disegni spettacolari. Il tema è universale – o quasi – e permette a tutti di immedesimarsi facilmente rivivendo la propria personale “gioventù bruciata”.

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