Edgar Wright è da sempre regista visionario con uno stile insolito, e il suo ultimo lavoro, Baby Driver, non è da meno.

Il giovane Baby (Ansel Elgort) è un abile autista sfruttato nelle fughe dalle rapine, e passa la sua vita ascoltando musica dall’iPod. E questa musica, oltre a placargli l’acufene, scandisce i tempi delle azioni e i ritmi delle scene del film.

Le sparatorie, gli incidenti automobilistici e le sgommate saranno scandite seguendo il sound di numerosi grandi successi del passato.

La figura di Baby è quella di un moderno Oliver Twist, ragazzo buono costretto, suo malgrado, a commettere atti criminali.

Il suo aguzzino, versione modernizzata del Fagin di Dickens, è Doc (Kevin Spacey), che gli darà ogni volta il compito di accompagnare e di aiutare nella fuga bande di rapinatori diverse per ogni colpo.

Tali fughe garantiscono alcune storiche sequenze, come quella iniziale. Una fuga mozzafiato, con mille idee, un grande senso dell’inquadratura e del ritmo, e un bel gusto dell’essenzialità nelle battute e nei gesti.

Ad allentare la tensione delle scene più adrenaliniche ci pensano i passaggi di Baby al caffè dove lavora la dolce Deborah.

Poco alla volta, con grande romanticismo e tocchi delicati, Wright sviluppa la storia d’amore del protagonista. Mentre inizialmente questa storia sarà parallela alla sua vita criminale, le due strade si incroceranno.

Questi incroci generano momenti di grande ansia e tensione, soprattutto per l’inserimento sempre più invadente del violento Pazzo (Jamie Foxx) e del finto mansueto Buddy (Jon Hamm). Il finale sarà un crescendo di violenza, fughe, incroci ansiogeni e adrenalina.

Baby Driver, in uscita dal prossimo 7 settembre, è un film che non perde mai il filo, mantenendo una costante presa sullo spettatore. Interpretazioni spettacolari (su tutte, quella di Foxx), ritmo accattivante e una buona dose di originalità.

La gestione della musica, oltre i limiti della colonna sonora, a stretto contatto con le scene, rende il film di Wright un rivoluzionario passo in avanti nel genere d’azione, superando modelli canonici che sembravano aver già detto tutto il dicibile.