Voto
4

E’ sempre interessante quando un attore decide di cambiare prospettiva e mettersi dietro la macchina da presa.
Difatti, spesso le idee più innovative e originali vengono da questa inversione di ruoli. Perché un attore sa come ci si sente in scena, sa come la si vive e sa cosa vuol dire stare davanti ad un obiettivo. Ma ancora più interessante è il primo film che l’attore sceglie di dirigere. Perché vuol dire che c’è stato un qualcosa, o qualcuno, che ha smosso l’attore dalla sua naturale collocazione artistica. Sicuramente, per Ewan McGregor è stato il romanzo vincitore del Premio Pulitzer: American Pastoral.

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Ci troviamo in America, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, e Seymour Levov detto “lo Svedese”  è la perfezione ( interpretato da Ewan McGregor, impegnato quindi in un doppio ruolo in questo film). La realizzazione impersonificata del Sogno Americano: bello, alto, biondo, bravo, atletico e intelligente (ed ebreo). Un self made man. Il film comincia con il dire che “le persone credevano in lui, quando lo vedevano giocare (a football americano) sembravano dimenticare tutti i problemi”. Perché lo Svedese era la speranza che il superuomo americano esisteva, che un ebreo biondo e con gli occhi azzurri, negli Stati Uniti, in aperta sfida all’arianesimo potesse arrivare oltre la concezione folle e razzista di Hitler. Perché l’individuo perfetto esiste, ed è americano.

Ma non c’è un uomo perfetto senza una donna perfetta. Dawn Levov (interpretata da una bellissima Jennifer Connelly) è una cristiana di umili origini famosa perché vincitrice di diversi premi di bellezza (fantastica la scena dove deve “conquistarsi” l’approvazione del futuro suocero) . Ma lei non è una “barbie”, come sarebbe lecito aspettarsi, ma allevatrice fin nel profondo del cuore. Nel film lotterà spesso contro questo pregiudizio dovuto al suo aspetto esteriore e McGregor, alla regia, la mostrerà spesso intenta a mungere mucche e spalare concime.

 

 

Dopo questo affresco di bellezza e perfezione una, inizialmente, piccola nota stonata comincia a farsi spazio all’interno della pellicola. Merry Levov (in tre apparizioni: bambina, adolescente e adulta), la figlia dei coniugi Levov: la bambina sarà affetta sin da piccola da una sindrome di balbuzia. Che sia un semplice difetto fisico? Oppure parliamo di una problema psicologico più serio e profondo, come la sua paura di non sentirsi all’altezza del padre e bella come la madre? Da questo momento, il mondo perfetto dello Svedese comincia a crollare su se stesso. Prima saranno piccole incrinature, come una scena disturbante dove la bambina dice al padre “Papà, baciami come baceresti Mamma”, poi diverranno crepe sempre più grandi, quando l’ormai adolescente Merry aderirà ai movimenti di protesta degli anni ’60, sputando odio puro contro la sua famiglia e la società dove vive, finché non si arriverà a uno strappo decisivo e irreversibile. La piccola Merry, la bambina cresciuta con amore dalla perfetta coppia Levov, sarà accusata di un terribile atto terroristico: l’aver fatto esplodere l’ufficio postale del paesino in cui vive come segno di protesta, uccidendo una persona innocente.

Da questo punto in poi il film si apre a dismisura diventando intimo ma allo stesso tempo politico: il dramma della famiglia Levov è il dramma della società americana di quegli anni, divisa tra lotte interne, sopratutto all’interno dei Democratici (ricordiamo che ci troviamo nel periodo del Presidente Johnson, che da una parte concedeva diritti alla popolazione nera e dall’altra favoriva la guerra in Vietnam). I giovani “rivoluzionari” visti spesso come terroristi bombaroli, erano contrapposti ai moderati riformisti.

Le rivolte, le proteste e la rabbia più pura colpisce anche lo stesso Svedese, sia da parte della figlia che da parte della società, nonostante sia un uomo retto e di principi sani (Levov si dichiarava contrario alla guerra e nella sua fabbrica di guanti lavoravano per 80% neri trattati bene alla pari dei bianchi), segneranno per sempre la sua vita. Quello di American Pastoral è un ’68 crudo, violento e lacerante che cambierà per sempre lo Svedese e sua moglie. Entrambi elaboreranno la “perdita” in modo diverso: Seymour non si darà per vinto e cercherà la sua “bambina” in lungo e in largo, convinto nella sua innocenza perché plagiata dai radicali, mentre Dawn comincerà un lento declino verso quello che prima detestava vendendo le sue mucche, frequentando circoli d’arte esclusivi e facendosi un lifting al viso, alla ricerca di una felicità per sempre perduta.

American Pastoral è un dramma ben riuscito, che racconta uno scontro generazionale sia nell’intimo familiare che social-politico, mettendo in scena un rapporto padre-figlia che genera la caduta di un uomo e, di conseguenza, la fine della sua perfezione (nonostante lui rimanga retto e giusto per tutta la durata del film). Nei suoi 108 minuti la pellicola, nonostante la pesantezza intrinseca del plot, scorre decisamente bene e mostra il fianco, a parere di chi scrive, a poche critiche. Sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più da McGregor alla regia, che porta a casa il compito con una riuscita molto classica, lasciando poco o nulla allo sperimentale. Inoltre il film è fin troppo carico di tematiche, spunti e caratterizzazioni interessanti che avrebbero necessitato di più spazio ma, vista la sua durata non eccessiva, risultano leggermente troppo compresse.

Questi difetti non vanno ad inficiare più di tanto sulla resa finale e la prima esperienza di McGregor come regista può dirsi sicuramente un successo. Il film coinvolge, stupisce e gli attori, in particolare i due protagonisti, sono convincenti e credibili.
Assistere al dramma dello Svedese è struggente e lo spettatore non può fare a meno di uscire dalla sala con un importante quesito: “è stata l’imperfezione del mondo a distruggere il mondo perfetto dello Svedese, o è stata la perfezione stessa dello Svedese a distruggere il suo mondo e le imperfette persone che lo circondano?”