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Los Angeles, un divo fallito, una città che ti succhia l’anima.

Niente di nuovo fin qua.

Di nuovo c’è che il protagonista è un cavallo, e che Hollywoo (sì, Hollywoo, non è un errore) è coabitata da animali antropomorfi e umani.

Questa è l’introduzione per Bojack Horseman, serie tv animata arrivata alla terza stagione creata da Raphael Bob-Waksberg per Netflix e disegnata da Lisa Hanawalt.

Bojack_Horseman

La trama non offre niente di nuovo.

Il Cavallo è un divo in rovina, che vive ancora nei fasti del successo dovuto alla sit-com Horsin’ around, che si è venduto allo Star system da cui è stato prima sedotto e immediatamente abbandonato. La narrazione inizia trent’anni dopo la fine della sit-com e ci presenta un Cavallo di mezza età, alcolizzato e tossico dipendente, che ha una sorta di potere alla Re Mida, ma al contrario.

Riesce a distruggere qualunque cosa su cui mette mano, nonostante gli sforzi della sua agente Princess Caroline (una gatta rosa con che non accetta di aver sacrificato la sua vita alla carriera piuttosto che concentrarsi sui rapporti interpersonali) e della sua ghostwriter Diane (una donna di origine vietnamita che ricalca lo stereotipo del giornalismo webete americano).

A completare il quadretto troviamo Todd Chavez, un 24 enne che vive con Bojack e viene regolarmente vessato da quest’ultimo, anima demenziale della serie, e Mr. Penutbutter, un labrador sovraeccitato e fidanzato di Diane, rivale di Bojack e star della sit-com La casa di Mr. Peanutbutter.

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Tornando al Cavallo, è il classico stereotipo dell’attore Hollywoodiano: egoista, menefreghista, capriccioso e senza alcuna considerazione per le persone che, nei suoi momenti peggiori, provano a stargli accanto per risollevarlo. Questa è la prima impressione. Andando avanti nella visione, ci addentriamo sempre di più nell’intimità di Bojack, scoprendo i motivi (condivisibili alcuni, inammissibili altri) del suo modo di vedere la vita.

Sono evidenti i richiami a molti lavori precedenti.

Ad esempio, Bojack pare modellato completamente su Hank Moody, protagonista di Californication, e l’interazione fra uomini e animali all’interno dello Star-system viene già affrontata (brillantemente) dal collettivo bolognese Wu-Ming in una raccolta denominata Anatra all’arancia meccanica, questo solo per citare quelli che per me sono i più immediati.

Il fatto che sia una serie animata, però, permette di amplificare a piacimento le situazioni, fino a trasformare eventi di per sé drammatici in situazioni comiche se non addirittura grottesche.

La serie è ben costruita, mantiene sempre un ritmo né forsennato né compassato, elemento che ne favorisce una visione “diluita” e apre un bello spaccato sul funzionamento dello Star System americano.

Piccola nota a margine: è una delle sigle iniziali migliori che abbia mai visto, con la musica scritta da Patrick Carney dei Black Keys.

 

 

Sicuramente consigliata.

 

Voto: 8/10.