Non muovetevi e non fate il minimo rumore. Qualcosa di molto brutto è arrivato sulla Terra: è aggressivo, invincibile e con un ottimo udito. La premessa di “Un Posto Tranquillo” è questa senza troppi fronzoli e, benché molto simile ai canoni dell’horror, non è priva di una buona dose di originalità. Provate voi a sopravvivere in un mondo post-apocalittico, con dei bambini al seguito, mantenendo il più religioso silenzio. Attenti a dove mettete i piedi scalzi perché, se pestate un chiodo, non dovete urlare (lo sa bene Emily Blunt) e se i vostri bambini prendono un giocattolo in un negozio abbandonato, pregate che sia quello meno rumoroso.

In pratica, la fattoria di “Un Posto Tranquillo” non è mai un quiet place. Ogni minimo gesto compiuto dai sopravvissuti deve essere controllato attentamente. Poichè anche il minimo rumore può rompere l’incantesimo, come quando la figlia dei protagonisti inizia a camminare su un pavimento di legno con le assi che scricchiolano: “bambina, non lo fare, altrimenti i mostri ci fanno a pezzi!”

La prima opera horror di John Krasinski, regista e interprete del film, consegue ottimi risultati nel facile compito di provocare il terrore. Riesce a farci saltare di paura praticamente con tutto e cali d’attenzione non ce ne sono mai.

Tuttavia, “Un Posto Tranquillo” pecca terribilmente di solidità della trama: si ha a che fare con una semplice serie di episodi carichi di thrilling. Una volta ci spaventa il giocattolo che emette suoni, una volta la lampada che cade sul tavolo, una volta il neonato che piange perché ha fame, e così via. Non c’è mai una evoluzione all’interno della storyline, solo la giustapposizione di espedienti narrativi col solo scopo di allungare il brodo. L’intrattenimento è realizzato solo dal terrore, senza concedere spazio a uno sviluppo sincero dei vari personaggi. Si pensi a “Io sono leggenda” di dieci anni fa e a come il personaggio di Robert Neville crescesse insieme alla trama, nulla di simile traspare invece in KrasinskiBlunt o nei bambini.

Lo sviluppo di un conflittuale rapporto genitore-figlio vede la messa in scena di situazioni elementari, prive di grandi complessità e tremendamente inflazionate dal cinema americano. Il classico trito e ritrito. Date le premesse, il ricongiugimento finale ovviamente non potrà che avvenire nel modo più melenso e scontato e nel momento di più alto spannung. Una sottotrama da cestinare e riscrivere da capo.

A coronare il quadro delle pecche di “Un Posto Tranquillo” ci pensa il fotogramma finale: Emily Blunt carica un fucile a pompa nella mossa sborona dei vari Schwarznegger e Stallone, tirando su e giù il caricatore con un sorrisetto furbo che sembra dire “Pronti per i fuochi del 4 luglio?”. Il colpo di grazia che sancisce con rammarico l’insufficienza globale del film, non sfruttando la buona idea di partenza: un vero peccato.

Voto: 42/100